vivere in un paese in guerra
11 Giugno 2026

Vivere in un paese in guerra

Mimma Dubai • Commenti di 6

Ci ho messo un po’ a scrivere questo post.
È un argomento difficile, che mi scatena diversi sentimenti.
Il 28 febbraio 2026, mentre mi preparavo per portare mia figlia da un’amica, arrivavano i primi suoni macabri dei boati, i messaggi di allerta.
L’Iran attaccava Dubai in risposta agli attacchi degli americani.
La guerra arrivava nel Golfo Persico.
La settimana prima mio marito mi aveva detto: “Forse succederà qualcosa, forse avremo qualche giorno con lo spazio aereo chiuso, preparati.”
Erano già chiare le intenzioni dell’America e Israele. A giugno 2025 avevamo avuto due giorni strani.
Ma confesso, non mi aspettavo tutto quello che è successo dopo.

Ora siamo a fine maggio.
In piena tregua, ma non posso dire di sentirmi ancora totalmente serena sugli esiti di questa guerra.

Se all’inizio tutti parlavano di Dubai, ora non ne parla nessuno e, forse, è meglio così.

Per fortuna la città non è stata rasa al suolo e tutti i missili sono stati intercettati.
Mi ha molto colpito l’onda di odio verso questa città e i suoi abitanti.
Sono stati mesi difficili per noi abitanti degli Emirati Uniti e in particolare di Dubai.
A molte persone si è spezzato qualcosa dentro.
In tanti hanno deciso di andare via.

Soprattutto chi era qui da poco, ma ho visto anche vacillare chi era qui da quindici anni.
Il paese e il governo hanno reagito benissimo.
Ma è innegabile che l’atmosfera è cambiata.
A me dispiace vederla ora rallentata.
Lo sapete, di questa città ho sempre amato la forza propulsiva in avanti. La mentalità che trasforma le difficoltà , anche dovute al territorio, in opportunità.

Ora mi sembra come se qualcuno avesse alzato il freno a mano prepotentemente, fermando una macchina che stava correndo velocissima. E, con questa frenata forzata, abbiamo fatto diversi giri su noi stessi. A me gira ancora la testa.

Ho ancora molta fiducia in loro, un po’ meno nel mondo.
Ho così tanta fiducia, che sono rimasta qui sempre.
Anche quando tutti ci chiedevano di partire.
Di metterci al sicuro.
Ma questa è casa mia ora.
Ma più di tutto ho capito, dopo, che a trattenermi era stata la paura.
La paura di trovarmi di nuovo fuori casa in un momento di emergenza.
Ho capito di avere un nodo irrisolto dopo quello che ci è successo durante il Covid.
E per mia figlia è stata la stessa cosa.
Li chiamano i “trigger point”. Quei nodi che se li toccano ti fanno saltare.
A mia figlia le si sono riempiti gli occhi di lacrime quando il padre le ha detto andiamo un po’ in italia.
Lei, più di noi, ha una vita bene ancorata qui a Dubai, fatta di amici, scuola, sport.
Ho convinto il marito a rimandare la partenza. Anche quando è arrivata la scuola on line. Perchè quando hai 15 anni svegliarti alle 4 am per fare lezione non è semplice. Ma poi dove in Italia? Non abbiamo una casa nostra.
Sia benedetto il nuoto che non si è mai fermato, neanche nei giorni più difficili.
Neanche quando suonava l’allarme, si usciva dall’acqua e poi si rientrava quando arrivava il messaggio che era tutto finito.
Lo so, sembra folle, ma andare a nuoto a noi dava il ritmo, il feeling di poter continuare a vivere la nostra vita.

Esattamente come prima che tutto ciò iniziasse.
Questa vita all’estero mi ha messo tante volte alla prova fin dall’inizio, con il lavoro messo da parte, una cultura da scoprire. I tacchi messi via per i piedi sempre in ciabatte un po’ impolverati.
Gli amici di tutto il mondo.
All’inizio ho fatto parecchia fatica, perché da 15 anni vivo mescolata a tutte le razze e sono amica di tutti. In questi paesi, prima il Kuwait e poi Dubai , si festeggiano tutte le ricorrenze religiose, si vive mescolati tra tutti, compresi chi pare sempre in guerra. Ho tanti amici iraniani, ucraini, russi, americani, palestinesi che vivono tutti sereni. Insieme.
Sì, ho fatto fatica a capire come questo equilibrio nel mondo sembri un miraggio irraggiungibile.
Mi ha molto colpito il sentimento che ci pervadeva tutti di fiducia verso questo paese, al punto che siamo passati tutti per venduti, pagati dal governo. Ma la realtà è che ormai nessuno ha fiducia verso i proprio governi e quindi per forza “puzzava” .

Devo anche confessare che questa guerra ha risvegliato la mia passione per la storia.
Per analizzare tutto cercando di avere uno spirito critico. Per quanto mi trovavo in un situazione non semplice, non potevo che rimanere affascinata a vedere come le alleanze, le dinamiche, stessero cambiando.
Continuavo a dire a mia figlia, tu che ami la storia e l’hai scelta come materia di esame, stai attenta, stai assistendo a qualcosa che verrà studiato.

Non mi dilungo sulle mie considerazioni geopolitiche perché è qualcosa che non amo sia trattato su un social. Non da me almeno. Ma devo dire che mi è passata del tutto la passione per un paese come l’America e continuo a non capire come non si possa fermare Israele.
Ma ha risvegliato la mia voglia di studiare e quindi qualcosa di buono l’ha portato.

La mia esperienza di vivere in un paese in guerra non si può assolutamente paragonare a chi sta a Gaza o nella stessa Ucraina.
Il mio cuore sanguina.
E confesso di sentirmi in colpa ad avere una vita “pressoché normale” sapendo cosa succede lì.
Mi sembra anche strano chi parla di vacanze e di viaggi in questa estate.
Vivere in un paese in guerra ti dà questa percezione ancora più importante del superfluo.
Della insostenibile leggerezza dell’essere quando vedi accadere intorno a te tante cose brutte.
Come madre ti fai ancora più domande.
Ho persino valutato di cercare nuove scuole in nuovi posti.
Le ho pure trovate.
Ma per noi non è il momento.
Non ancora.
Sarebbe troppo complicato e per ora non è ancora necessario.
Senza parlare dei nostri trigger point che un po’ ci urlano di stare fermi.
Ma no, non è facile essere madre, quando vivi in un paese in guerra.
È un altro peso che ti carichi addosso.
Un’altra scelta in cui pensi: “Dai, speriamo bene.”

Su instagram gira un reel di una coach che racconta che una delle donne più forti che puoi incontrare è l’espatriata.

Cercatelo.

Su una cosa ha ragione: anche questa volta mi sono distrutta in mille pezzi e mi sto ricostruendo.
Ancora una volta l’incertezza fa parte della mia vita.
E scegliamo da soli.
La mia famiglia in Italia in questo frangente è stata ancora una volta unica.
Non mi ha chiesto nulla.
Mi ha dato supporto.
Lasciando scegliere a noi.
Non so se sarà un ricordo.
Sicuramente anche questa volta noi andiamo avanti.
Spero quando il mio post sarà pubblicato che l’accordo sia già stato trovato.

Mimma, Dubai

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6 commenti

  • Ti penso spesso.

  • Gabriella

    Cara Mimma certo mi ricordo di te dei tuoi contributi da quando misi il mio a 65 anni la mia vita in due trolley ciao casa ciao famiglia ciao figli..grandi maggiorenni vaccinati si dice dalle nostre parti
    Il coraggio di andare dall’ altra parte del mondo,il tuo coraggio..intanto pensavo che ci voleva più coraggio a rimanere afflosciati in Italiano e lo penso ancora ora che sono di nuovo qui ma di passaggio e mi guardo intorno tra scatole da riempire oggetti regalati e che non voglio lasciare ma no non ho fatto un passo da gigante come te…non ne avevo la possibilità cosi ho cercato su una cartina quei posti che mi creavano gioia a pelle ma soprattutto dovevano avere un costo della vita basso..io pochissimi soldi ..niente pensione un assegno di divorzio..e stop..sarei andata a Dubai? No perché odio il caldo e le città ma certo sarei andata nel Nord Europa o in Galles o a Edimburgo..che si è città ma mi rispecchia invece sono andata alle Canarie poi a Malta ..e no troppo affollata poi in Dalmazia ..non era nelle mie corde poi di nuovo stabilmente a Gozo..e di nuovo in Italia ora sto per tornare nel bellissime vuoto di Gozo tra scogli vento e saline,penso al tuo momento guerra..il suono delle sirene e la bellissima tenera immagine di tua figlia con le lacrime ad illuminare i suoi occhi ma come davanti ad un rischio un “per favore no” non detto pensando all’ opzione Italia..condivido tutto quello di cui hai parlato grazie e ti abbraccio forte❤️

  • Si percepisce dalle tue parole tutto l’amore per la tua famiglia e tutta la capacità di esserci, guardare le cose in faccia in tutta la loro drammaticità ma sempre con quella positività che ti distingue. Ciabattine si ma sempre con il rossetto.

  • Per fortuna non mi sono mai trovata in una situazione di guerra, ma ho capito benissimo quello che dici (anche perché hai scritto talmente bene che non si può che “entrare” nel tuo racconto).
    Io mi sono trasferita in Italia più di 40 anni fa, sposandomi giovanissima. Non ho più cambiato paese, ma per molti anni mi sono sentita una expat. Quando sei straniera, quando vivi momenti di difficoltà la cosa che più sembra ovvia è quella di “tornare a casa”, ma quando passano gli anni e la casa non è più quella di prima ma quella che ti sei costruita fuori? Il tornare a casa diventa un abbandonare casa, e tutti facciamo di tutto per non lasciare mai la propria casa. Le piccole cose come il nuoto che spieghi così bene, sono proprio quelle a cui ti attacchi di più perché fanno parte della quotidianità che hai costruito. Spero anch’io che questo accordo arrivi quanto prima e che questo brutto momento che avete vissuto diventi solo parte della (anche vostra) storia. Un abbraccio.

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