31 Marzo 2026

Straniera in patria

Valeria Il Cairo • Commenti di 0

È arrivato il momento di mettere nero su bianco: io mi sento, da qualche mese a questa parte, una straniera in patria e finalmente, dopo la centrifuga in cui mi sono ritrovata fino ad un mese fa, ne sono pienamente consapevole.

“Bentornata a Milano, Vale! Com’è tornare a casa?”

Ecco la domanda che mi viene rivolta spesso da quando sono arrivata a Milano. E io che faccio?

Sorrido. Mi fermo un attimo e il cervello frulla e poi dico la mia verità: “Non sono tornata a casa. Mi sono spostata dal Cairo a Milano che per me rappresenta un altro estero”.

Una delle reazioni più comuni delle persone è stato storcere il naso quando lo dicevo. Come se rifiutassi qualcosa che mi appartiene. Come se stessi recitando una parte. Ma io non recito sulla mia vita, cerco e ho sempre cercato di essere onesta, prima di tutto con me stessa, su quello che sento.

Mi sento straniera in patria e ho smesso da un mesetto a questa parte di considerarlo un problema. Milano per me è un’altra città straniera da scoprire con gli occhi di chi arriva da fuori nonostante io ci abbia vissuto e lavorato prima di questi 23 anni a girovagare.

Avevo circa trenta anni quando ho lasciato l’Italia. A quei tempi lavoravo già da qualche anno in Accenture (una società di consulenza), una strada apparentemente chiara davanti a me e tutto sommato un’altrettanta chiara sensazione che non fossi nel posto giusto. A dirla tutta avevo questa percezione già quando scelsi di partecipare ad una borsa di studio per studiare fuori dall’Italia.

Ho scelto di andare a quel tempo e poi ho scelto di andare alla soglia dei trenta anni e piano piano ho scelto di continuare a costruire altrove: una famiglia, una nuova professione, un’identità che si è formata strato dopo strato in posti sempre diversi che temporaneamente erano casa. Esattamente come adesso è Milano.

Ventitré anni. Tra quell’andata a Milano numero 1 e questo viaggio di venuta a Milano numero 2.

L’ultimo capitolo prima di Milano, lo sapete, è stato il Cairo. Quattro anni di luce feroce, di contraddizioni enormi, di una città che ti travolge e non ti chiede il permesso, come potete leggermi qui. Il Cairo non è una città che si lascia osservare: ti entra dentro, ti mette alla prova, ti costringe a ridefinire continuamente i tuoi confini. Vivere lì mi ha insegnato a riconoscermi nell’intensità, ad abitare l’incertezza di appuntamenti non rispettati, di traffico impazzito, di negozi che aprono e chiudono senza orari, del Ramadan e dell’Eid in cui mezza giornata è ferma o in attesa. Vivere al Cairo mi ha fatto prendere le misure in un contesto che non smette mai di sorprenderti. Questo mi è servito fortemente quando sono arrivata, non tornata, a Milano.

Ho realizzato, dopo che mi sono messa parecchio in discussione, che sentirmi straniera in patria significa guardare il posto in cui sono nata o quello in cui ho vissuto con occhi che non si sono mai del tutto abituati. Significa notare quello che chi è rimasto non nota più: il modo in cui ci si saluta, le dinamiche nei rapporti di famiglia, le aspettative non dette che regolano la vita sociale, la bellezza di una piazza che chi ci passa tutti i giorni ha smesso di vedere. Ho scoperto luoghi come per esempio Via Larga che non avevo mai percorso mentre ero intenta a lavorare soltanto in quella Milano di 20 e passa anni fa.

Come ho scritto tempo fa in un mio post: sto osservando quella Milano che non ho mai visto veramente. La guardo e la vivo con la stessa attenzione ed entusiasmo che ho imparato a riservare alle città straniere. Osservo, mi faccio domande, mi sorprendo. A volte mi sento una donna di altri tempi, quasi in bianco e nero quando mi lascio trasportare dal fascino di questa città che, devo essere onesta, non sentivo mia.

Sentirsi straniera in patria non vuol dire mantenere le distanze con il proprio paese. Vuol dire viverlo in modo diverso, senza ovvietà, senza nostalgia ma invece con consapevolezza. Ho sempre fatto così: a Madeira, in Croazia, ad Abu Dhabi, in Arabia Saudita e infine al Cairo. Milano non è diversa da tutti gli altri posti in cui ho vissuto. Perché dovrei considerarla diversa?

In fondo, in questi mesi di riflessioni, ho capito profondamente che c’è una cosa che nessuno può spiegarti quando vivi all’estero per molto tempo: il ritorno: Se mai arriva quel momento non si tratta di un ritorno.

È un nuovo inizio.

Perché sono cambiata io, perché è cambiata l’Italia.

Io non sono quella Valeria che ha lasciato l’Italia nel pieno della sua vita ancora da realizzare. Sono ora una donna che ha vissuto in più posti dove ho costruito legami in lingue diverse, ho imparato a sentirmi a casa nell’instabilità e nel non essere in pianta stabile. E quando mi muovo per Milano, quando mi siedo in un bar o prendo la metropolitana o sento parlare intorno a me, percepisco quella sensazione familiare e straniante insieme: sono nel posto giusto, per adesso, ma non sono del posto. Sono straniera in patria. Mi potete capire?

Mi sono chiesta che sentimenti provassi di fronte a questa presa di coscienza; ecco, non c’è malinconia in questo. C’è un senso di strana libertà. Esattamente la stessa che ho provato in un posto che era nuovo per me, che era pronto a lasciarsi vivere.

Io ho vissuto questo mio girovagare non come fuga, ma come una scelta, e nel mio caso l’appartenenza ad un luogo funziona in modo strano. Non sempre comprensibile. Lo capisco.

Appartenenza per me è qualcosa che ho costruito, pezzo per pezzo, ogni volta che ho messo radici — anche temporanee — da qualche parte. Per me non funziona: nasci in un posto, cresci in quel posto, quello è il tuo posto. Fine.

Vivere come straniera in patria mi sta permettendo di guardare l’Italia senza il filtro della nostalgia. Mi sono spesso trovata di fronte a persone che avevano a cristallizzato il proprio paese in un’immagine ferma nel tempo, idealizzato o al contrario esageratamente criticato. Io questa trappola l’ho evitata per forza di cose: sono arrivata a Milano qualche mese fa , con gli occhi aperti, senza un’immagine precedente da difendere. E ho scoperto un paese molto più complesso, più contraddittorio, più vivo di qualsiasi ricordo io potessi mai avere, nel bene e nel male.

Questa complessità mi affascina. Me la vivo come un’avventura, esattamente come mi sono vissuta il Cairo, Abu Dhabi, l’Arabia Saudita o la Croazia, qualsiasi altro posto in cui ho messo piede con la valigia in mano e l’unica grande certezza: la mia piccola famiglia.

Allora sì, sono straniera in patria. Lo dico senza imbarazzo e senza nostalgia, consapevole e speranzosa che una nuova valigia sarà pronta per farmi girovagare ancora e per poi scrivere una lettera di addio a Milano, come faccio sempre quando lascio un posto che è stato casa.

Valeria, Milano

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