12 Marzo 2026

Sindrome dell’impostore: il problema non è il dubbio. È come lo interpreti.

Monica Scillieri • Commenti di 0

La sindrome dell’impostore è quel vissuto per cui una persona attribuisce i propri risultati a fattori esterni, fortuna, caso, coincidenze, e teme, prima o poi, di essere “smascherata” come non all’altezza.

Non è una diagnosi clinica. Non è una patologia.

È un’esperienza psicologica piuttosto comune, soprattutto nei momenti di crescita, cambiamento, esposizione.

Molti non la chiamano così.
Ma si riconosce da frasi (dette o pensate) come:

“Qui prima o poi capiranno che non so abbastanza.”
“Sono arrivata fin qui per caso.”
“Gli altri sono più preparati di me.”
“Non dovrei essere io.”

A volte non lo diciamo ad alta voce. Ma lo pensiamo mentre sorridiamo.

La chiamiamo “sindrome” perché è una formula che circola.
Ma il nome è già fuorviante: fa pensare a qualcosa da eliminare, quando spesso sarebbe più utile fermarsi a capire che cosa sta segnalando.

Il problema non è che questi pensieri esistano. Il problema è che cosa ne deduciamo.

Un esempio (molto comune)

Una persona rientra al lavoro dopo un periodo di pausa.
Un manager entra in un nuovo ruolo.
Ci si iscrive ad un corso dove tutti sembrano sapere già tutto.

Si può pensare: “Gli altri sanno muoversi meglio di me.”

La lettura rapida è: sindrome dell’impostore.

La lettura più vera è un’altra:

Stai imparando.
Stai osservando.
Stai prendendo le misure di un sistema nuovo.

Il disagio non nasce dall’incompetenza.
Nasce dal gap temporaneo tra: ciò che già sai e sai fare e ciò che senti di dover padroneggiare per sentirti a proprio agio.

Chiamarlo “sindrome” rischia di trasformare un passaggio naturale in un difetto personale.

Primo fraintendimento: “se mi sento così, forse è vero”

Questa è la trappola più sottile.

Nel mio lavoro di coaching osservo che la sensazione di “non essere abbastanza” non compare quasi mai nelle persone incompetenti o disinteressate.

Compare in chi:

  • tiene agli standard
  • sente la responsabilità
  • vuole fare bene
  • sta entrando in territori nuovi

Detta in modo diretto: i veri impostori raramente si sentono impostori.

Chi bluffa davvero tende a sovrastimarsi, o a proteggersi.
Chi dubita, spesso, sta facendo un’altra cosa: sta crescendo.

Il problema nasce quando trasformiamo una sensazione momentanea in un verdetto sulla nostra identità.

Sentirsi inadeguate in un passaggio nuovo non significa esserlo. Significa essere nel mezzo.

E stare nel mezzo è scomodo. Ma non è un difetto.

Secondo fraintendimento: “è una cosa da donne”

Storicamente il fenomeno è stato osservato prima nelle donne, ma trasformarlo in un problema femminile è stato un errore.

Nella pratica di coaching su letteramente migliaia di sessioni la vedo emergere ovunque: donne e uomini, giovani e senior, chi lavora fuori casa e chi dentro, chi cambia città, chi cambia ruolo, chi entra in una nuova fase di vita.

Attribuirlo a una categoria ha un effetto collaterale serio: sposta l’attenzione dall’ambiente alla persona.

Come se il messaggio fosse: lavora su di te, perché il problema sei tu.

A volte il dubbio è una risposta sensata a contesti poco chiari, a feedback vaghi con aspettative altissime,
a gruppi dove tutti sembrano sapere, ma se scavi trovi poco.

Non tutto è nella testa di chi dubita.

Tre spostamenti pratici (da usare davvero)

1. Cambia la domanda

“Sono abbastanza?” è una pessima domanda. È astratta e non ha una risposta stabile.

Spostala su qualcosa di verificabile: “Che cosa so fare e ho imparato oggi che prima non sapevo?”

Questa domanda restituisce progresso, non giudizio.

2. Porta alla luce la regola nascosta

Dietro il pensiero da impostore c’è quasi sempre una regola silenziosa:

devo essere impeccabile…
non devo mostrare incertezza…
se chiedo aiuto perdo credibilità…
se non so tutto, non dovrei andare…

Capirla è già metà del lavoro.

L’altra metà è chiedersi: questa regola mi fa crescere o mi tiene ferma?

3. Traduci la paura

La paura non è un nemico. È informazione ancora non decodificata.

Una domanda semplice: “Se questo non fosse paura di essere smascherata, che cos’altro potrebbe essere (in positivo)?”

Spesso la risposta è:

Desiderio di fare bene.
Ambizione.
Senso di responsabilità.
Voglia di essere all’altezza di qualcosa che per noi conta.

Non è sempre un segnale di inadeguatezza. A volte è un segnale di importanza.

Una chiusura da tenere con sé

Forse la cosa più utile non è “superare” la sindrome dell’impostore.

È non usarla come prova contro di noi.

Il dubbio non è una sentenza. È un passaggio.

Tenuto al posto giusto può diventare attenzione, profondità, crescita.

Scambiato per un verdetto, invece, rischia solo di farci fare un passo indietro proprio nel momento in cui stiamo espandendo il nostro spazio.

Monica

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