Sydney non mi ha colpita e affondata al primo incontro.
Ci ho messo molto tempo ad abituarmi al suo sapore, ai suoi modi. E non so nemmeno se “abituarmi” sia la parola giusta, perché contiene una specie di resa che non riconosco nella mia esperienza. Ho piuttosto imparato a leggerla. A distinguere quello che apparteneva a Sydney da quello che io proiettavo su Sydney. A capire che ciò che chiamavo freddezza era anche un diverso modo di concepire la distanza, l’intimità, il rispetto dello spazio dell’altro.
Questo non ha fatto di Sydney casa mia. Ha fatto qualcosa che, per me, si è rivelato molto più interessante: ha messo in discussione la misura con cui giudicavo il mondo.
Quando sono arrivata qui con la mia famiglia avevamo già i requisiti per poter ambire alla residenza permanente. Non mi interessava. E mi accorgevo di quanto questo stupisse tutti. La questione, per me, aveva un peso simbolico enorme. Chiedere la residenza permanente, e ancora di più immaginare di chiedere un giorno la cittadinanza, toccava qualcosa di molto profondo nel mio rapporto con l’appartenenza.
Sono cresciuta genuinamente pensando che le frontiere non dovrebbero esistere, che ogni essere umano dovrebbe essere libero di andare dove vuole. Lo penso ancora, con tutto il mio cuore. Proprio per questo è stato sorprendente scoprire quanto io stessa fossi attraversata da confini che non avevo mai guardato con attenzione.
Vivere dall’altra parte del mondo ha reso visibile la mia cultura. Come un reagente che si attiva solo alle giuste condizioni.
Mi sono accorta di quanto fossi attaccata alle mie tradizioni, alla mia lingua, ai miei codici. E anche a cose molto meno nobili: ai miei automatismi, alle mie rigidità, perfino a certi modi distorti di misurare le cose. Erano miei. Questo bastava a renderli familiari e, per molto tempo, a farmeli percepire come naturali.
Mi sono tornati in mente i pochi studi di antropologia fatti durante la mia laurea in Lettere. Li avevo trovati interessantissimi allora. Qui hanno assunto velocemente consistenza. Ho cominciato a vedere la cultura all’opera nelle piccole cose, nel modo in cui entriamo in relazione, nella distanza che teniamo tra i corpi, nella maniera in cui educhiamo i figli, litighiamo, invitiamo qualcuno a cena, chiediamo aiuto, diciamo grazie, costruiamo amicizie, interpretiamo un silenzio, mostriamo le lacrime.
E ho capito qualcosa che sui libri avevo certamente letto, ma che non avevo ancora pagato sulla mia pelle fino a questo punto: la nostra cultura diventa visibile soprattutto quando smette di coincidere con il paesaggio.
Credo che il mio interesse per la mediazione culturale sia cresciuto enormemente proprio qui. Sydney mi ha costretta a esercitare una facoltà che oggi considero preziosissima: restare davanti alla differenza abbastanza a lungo da non doverla immediatamente giudicare.
Ho cominciato ad annotare la meraviglia di un modo di vivere diverso dal mio.
Ci sono aspetti di questa società che continuo a sentire lontani. Modi che comprendo e che non necessariamente desidero fare miei. Altri che invece sono entrati profondamente nel mio modo di pensare. La cosa importante è che, a un certo punto, ho smesso di vivere questa distanza come un problema da risolvere.
È lì che qualcosa dentro di me si è allargato.
Per molto tempo avevo pensato all’identità come a qualcosa che si dovesse difendere dalla sottrazione. Se entrava qualcosa, temevo che qualcos’altro dovesse necessariamente uscire. Se i miei figli crescevano anche dentro una cultura australiana, una parte di me si chiedeva che cosa stessero perdendo dell’Italia. Quando pensavo di chiedere un’altra cittadinanza, sentivo affiorare una parola sproporzionata eppure reale: tradimento.
Tradire la patria.
È una frase che oggi riesco a guardare con tenerezza e anche con grande interesse, perché racconta quanto possano essere profonde le appartenenze perfino in chi, come me, è cresciuto pensando il mondo senza frontiere.
Ho dovuto lavorare su questa contraddizione giorno per giorno.
Piano piano mi sono scoperta capace di contenere due posti e due modi di vedere il mondo. Non sempre armonicamente. A volte uno contraddice l’altro. A volte l’Italia mi permette di vedere con maggiore chiarezza qualcosa dell’Australia. Altre volte è ciò che ho imparato qui a farmi guardare l’Italia da una distanza che prima non possedevo.
Questa doppia prospettiva è diventata una delle cose che considero più preziose della mia esperienza migratoria.
Mi ha allenata alla complessità.
Mi ha insegnato che comprendere non richiede necessariamente di aderire. Che integrare non significa confondere. Che possiamo lasciare che qualcosa ci trasformi senza consegnargli tutto ciò che siamo.
E soprattutto mi ha fatto riconoscere una capacità alla quale prima attribuivo poco valore perché la davo per scontata: la mia capacità di larghezza.
Di fare spazio.
Fare abbastanza spazio dentro di sé perché l’esistenza dell’altro non venga vissuta come una minaccia alla propria. Accettare che due modi di guardare il mondo possano abitare la stessa stanza senza che uno debba necessariamente vincere.
Quando ho chiesto la cittadinanza australiana, quel gesto aveva quindi assunto per me un significato completamente diverso perché avevo smesso di pensare che una cittadinanza dovesse certificare la purezza di un’appartenenza.
Sono diventata cittadina australiana portandomi dietro tutte le mie ambivalenze, il mio sguardo italiano, le cose che qui amo e quelle che ancora oggi mi respingono, ciò che ho imparato e ciò che non voglio imparare, la gratitudine e la distanza.
E questa è stata la conquista più difficile: concedermi di appartenere senza pretendere da me stessa una dichiarazione d’amore.
Sydney mi ha dato moltissimo. Mi ha dato soprattutto un punto di osservazione che prima non avevo. Mi ha costretta a vedere la mia cultura da fuori e me stessa da una distanza nuova. Non sarebbe stato lo stesso, credo, in un Paese geograficamente e culturalmente più vicino. Ha allargato il mio interesse per gli esseri umani, per ciò che accade quando mondi davvero diversi si incontrano, per la fatica enorme e bellissima della traduzione tra persone che attribuiscono significati diversi alle stesse parole, agli stessi gesti, perfino agli stessi sentimenti.
Per questo le sono profondamente grata.
La cittadinanza australiana non ha sostituito niente.
Ha dato un nome anche a una parte della mia storia che ormai esiste.
E io, che per tanto tempo avevo temuto che aggiungere un’appartenenza significasse dividerne un’altra, ho scoperto qualcosa di molto semplice e per me rivoluzionario: lo spazio interiore non obbedisce alla geografia delle frontiere.
Manuela, Sydney





