C’è una forma di attenzione costante che accompagna molte delle nostre giornate. Non perché stia accadendo qualcosa, ma perché il sistema è abituato così.
Lo si sente nel corpo prima ancora che nei pensieri: una rigidità che non molla, un respiro che non scende, una difficoltà a sentirsi davvero appoggiati al momento.
Col tempo, questo modo di stare diventa la norma.
La tensione non fa rumore, non si annuncia. Si installa piano nel corpo, nel modo di stare al mondo.
E smettiamo persino di chiederci se sia necessario.
Il nostro cervello non è progettato per farci stare tranquilli. È progettato per proteggerci.
Per questo mantiene attiva una vigilanza di fondo, anche quando non c’è una minaccia concreta.
Questa funzione è utile. Diventa faticosa quando resta sempre accesa.
Nel tempo consuma energie, rende più difficile sentire stabilità e crea una sensazione di “dover tenere”, anche nei momenti in cui nulla lo richiederebbe. Qui entra una pratica semplice, ma non banale. Notare che, in questo momento, sei a posto.
Non in senso assoluto. Non perché tutto funzioni. Non perché la vita sia facile.
Ma perché, adesso, c’è una base che sostiene.
Il corpo sta facendo il suo lavoro, anche quando è affaticato, anche quando è in riparazione. Il respiro arriva. C’è presenza, anche se non continua. C’è vita, anche se imperfetta.
È importante dirlo chiaramente: questa non è una pratica per negare il dolore.
Ci sono momenti — e per alcune persone periodi lunghi — in cui non si è affatto “a posto”.
La malattia, la perdita, la fatica mentale o fisica sono reali. Non si attraversano con una frase.
In questi casi, “essere a posto” non significa stare bene. Significa, se e quando è possibile, riconoscere un punto minimo di appoggio: un respiro che c’è, un corpo che, pur nella difficoltà, continua a sostenere, un istante che non chiede di essere risolto.
Allenarsi a tornare a questi micro-momenti non cambia la realtà. Cambia il modo in cui la attraversiamo.
È un gesto semplice, concreto. Un modo per smettere, anche solo per un attimo, di forzarsi.
Questa pratica non risolve la vita.
Non sistema ciò che fa male. Significa accorgersi che, qui e ora, qualcosa regge. Non perché tutto vada bene. Non perché il dolore sparisca.
Ma perché, in questo momento, c’è un punto che tiene.
Sei a posto.
E si continua da lì.
Coach Monica – Italia






1 commento
Marta
Grazie Monica
Avevo proprio bisogno di leggere queste parole in questa domenica così.
Mi hanno fatto rallentare il respiro e ricordare che, anche quando tutto sembra un po’ troppo, c’è sempre un punto che tiene.
Grazie per averlo detto con questa semplicità e verità.