2 Ottobre 2025

Se tutto fosse bianco o nero, la vita sarebbe sopportabile solo per chi ha paura dei colori

Manuela Sydney • 0 commenti

Mi sembra di vivere in un tempo che non mi appartiene, un tempo che idolatra la chiarezza in una forma che però non riconosco. Manuali, articoli, percorsi educativi che sembrano promettere soluzioni nette: bianco o nero, giusto o sbagliato, partenza o arrivo. Ma la vita non è sempre sfumatura, movimento, transizione? Più si vive, più ci si accorge che la mappa disegnata a vent’anni è troppo rigida per contenere la ricchezza e il caos degli anni che vengono.

Da giovani, il mondo appare binario. Ci si schiera, si difende un’idea come se fosse l’unica possibile. L’amore è “per sempre” oppure “fallimento”. Il lavoro è “vocazione” o “prigione”. L’amicizia è “vera” o “tradimento”. Non c’è spazio per i chiaroscuri. Forse è necessario: quella nettezza ci spinge a muoverci, a combattere, a sognare. È il tempo dell’assoluto.

Poi, entrando nella vita le categorie si incrinano. Ci si accorge che un amore può finire senza essere un tradimento o che un tradimento si puo’ superare. Che un lavoro può essere insieme vocazione e fatica. Che un’amicizia può entrare in letargo e poi risvegliarsi, senza per questo perdere autenticità. Le etichette smettono di funzionare: il bianco e il nero diventano grigi, e poi mille tonalità che non hanno nemmeno un nome.

Molti temono l’ambiguità, come fosse un difetto di carattere o una colpa morale. In realtà è la condizione umana. L’ambiguità non paralizza, piuttosto allena alla complessità.

Pensiamo al tempo: a vent’anni è infinito, lineare, scandito da tappe da raggiungere. A quaranta, cinquanta, sessanta, il tempo si fa circolare, discontinuo, punteggiato da ritorni, deviazioni, soste improvvise. Non è più solo una freccia che va avanti, ma un tessuto che si intreccia. Il passato non è mai del tutto chiuso, il futuro non è mai del tutto chiaro. Il presente non è mai puro. Eppure in questa rete imperfetta si abita con più consapevolezza.

Attenzione: avere meno certezze non equivale a non avere più punti fermi. Anzi: proprio quando cadono le false certezze, emergono verità più profonde e si stringe un patto di fedeltà con la propria fragilità, la propria storia, i legami che hanno preso forma e ci hanno cambiato. Non è una verità assoluta, che pretende di valere per tutti, ma chiede coerenza a chi la porta.

“Non so cosa sia l’amore in generale, ma so cos’è per me. Non so cos’è la felicità, ma riconosco i momenti in cui l’ho sfiorata. Non so dove sia il senso della vita, ma so che non posso vivere senza cercarlo”.

Il nostro tempo spinge a mascherare il non sapere. Siamo sommersi da opinioni travestite da certezze: basta uno scroll e tutti hanno la risposta giusta a tutto. Chi riconosce di non avere certezze non abdica, ma apre lo spazio della ricerca. Senza questo spazio, non esiste evoluzione. Ogni percorso creativo, scientifico, spirituale è nato da una frattura di certezze, da una domanda rimasta sospesa.

Se tutto fosse bianco o nero, la vita sarebbe sopportabile solo per chi ha paura dei colori. Le sfumature – il grigio, il blu che vira al viola, il verde che sfuma nel giallo – sono la materia dell’esistenza. Non ci si può commuovere davanti a un tramonto se si vede solo “giorno” e “notte”. Non si può capire un volto se lo si riduce a “giovane” o “vecchio”.

La bellezza nasce dal mescolarsi. L’arte lo sa: nessun grande quadro è fatto di un colore puro, ma di infinite sovrapposizioni. La musica lo sa: non esiste armonia senza tensione, senza suoni che si incontrano e si scontrano. Perché allora dovremmo pretendere che la vita sia netta, quando tutto ciò che la rende degna di essere vissuta è la sua complessità?

Può sembrare un paradosso: più ci si addentra, meno certezze. Ma forse proprio questo è il senso dell’invecchiare. Non diventare più semplici, ma più chiari. La chiarezza non sta nel dire “questo è giusto e questo è sbagliato”, ma nel sapere che nessuna scelta sarà mai perfetta, che ogni passo porta con sé una perdita, che ogni decisione include un rimpianto.

Chi non ha certezze non vive nel dubbio sterile, ma nel movimento. Sa che esiste sempre un “di più” rispetto a ciò che vede. Sa che la verità non si possiede, si abita. E la si abita solo accettando che cambi forma.

Più mi addentro nella vita, più imparo a sostare sulle soglie. I passaggi, i varchi, i punti di instabilità. I luoghi in cui l’essere umano cresce. La soglia fra un prima e un dopo, fra un sì e un no, fra un luogo e un altrove.

Abitare la soglia significa non temere il cambiamento, non fuggire l’ambiguità. Significa riconoscere che la vita non è mai del tutto qui e mai del tutto là. È un ponte.

Non avere più certezze non è una perdita, ma una conquista. È lo sguardo che si fa adulto, che non cerca più l’assoluto, ma sa reggere la contraddizione. È la consapevolezza che non si vive per accumulare risposte, ma per imparare a fare spazio alle domande.

Manuela, Sydney

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