espatrio
18 Settembre 2026

Quando l’espatrio diventa normale

Nadja Australia • Commenti di 0

Settembre è sempre stato un po’ il mio Capodanno personale. Sarà forse perché sono cresciuta in Sardegna, dove settembre si chiama Capidanni (mi perdonino i miei compaesani, fatemi sapere se ho sbagliato la parola), oppure perché ho sempre associato questo mese alla ripartenza, alle liste delle cose da fare, ai buoni propositi e a quella strana sensazione per cui, dopo le vacanze, sembra improvvisamente possibile rimettere ordine nella propria vita e ricominciare tutto con un po’ più di criterio. Poi, naturalmente, passano un paio di settimane e le liste finiscono dimenticate da qualche parte, i buoni propositi vengono spostati a ottobre e io torno serenamente alla mia ormai consolidata tecnica del “lo faccio lunedì”, che negli anni mi ha dato grandissime soddisfazioni.

Quest’anno però settembre mi sta facendo pensare a una cosa diversa, e cioè a quanto tempo ci vuole perché un espatrio smetta di sembrarti un espatrio.

Perché quando parti, soprattutto quando sei giovane e lo fai per la prima volta, ogni cosa che succede intorno a te sembra avere a che fare con il fatto che sei “all’estero”. Anche andare al supermercato può diventare un piccolo esercizio di antropologia, perché devi capire dove sono le cose, cosa sono quelle confezioni che non hai mai visto, perché tutti comprano quel determinato prodotto che a te sembra incomprensibile e soprattutto perché il detersivo che usavi da sempre in Italia qui non esiste e tu, per i primi mesi, continui a cercarlo come se fosse una questione di principio (sgrassatore Chanteclaire, anyone?).

Poi ci sono le cose più importanti, naturalmente: la lingua, il lavoro, la scuola, la casa, le amicizie, le regole scritte e quelle che nessuno ti ha spiegato ma che sarebbe stato molto utile conoscere prima di fare la tua prima figuraccia. E ci sono tutte quelle piccole abitudini quotidiane che all’inizio noti continuamente perché le confronti con quello che conoscevi prima.

In Italia facevamo così, qui fanno cosà. In Italia si mangia a quest’ora, qui a quell’altra. In Italia la gente si comporta in questo modo, qui invece… e potrei andare avanti per parecchio, perché quando vivi in un Paese nuovo il confronto con quello da cui sei arrivato è praticamente automatico.

Nel mio caso, poi, di Paesi nuovi ce ne sono stati parecchi. Sono partita dalla Sardegna e negli anni sono passata dalla Serbia alla Romania, dalla Bulgaria all’Arabia Saudita, poi il Perù, l’Argentina e infine l’Australia, dove vivo ormai da abbastanza tempo da poter dire che anche questa volta il “nuovo Paese” è diventato semplicemente il posto in cui vivo.

In genere raccontiamo molto il momento della partenza, le valigie, la paura, l’entusiasmo, il primo giorno, le difficoltà con la lingua, la ricerca della casa, il primo lavoro, le amicizie che arrivano e quelle che inevitabilmente rimangono indietro. Raccontiamo anche la nostalgia, che è sicuramente una delle compagne di viaggio più fedeli di chi vive lontano, soprattutto nei primi anni. Molto meno spesso raccontiamo quello che succede dopo quando, semplicemente, ti ci abitui.

Ti abitui al supermercato, agli orari, al modo in cui funzionano le cose, alle parole che all’inizio non capivi, alle abitudini degli altri e persino a quelle che nei primi mesi ti sembravano assurde. Ti costruisci una routine, conosci le strade, hai i tuoi posti, le persone che chiami quando hai bisogno di qualcosa e quelle con cui non hai nemmeno bisogno di spiegare troppo perché ormai vi conoscete da anni.

E a un certo punto succede una cosa abbastanza strana: ti accorgi che non stai più “vivendo all’estero”. Stai semplicemente vivendo, con tutte le cose assolutamente normali che fanno parte della vita di tutti i giorni e che, proprio perché sono diventate normali, non hanno più niente di particolarmente “expat”.

Hai il supermercato dove vai sempre, il medico che conosce la tua storia (vabbè magari apriamo questa parentesi un’altra volta), il bar dove ormai sanno cosa ordini (anche qui forse sto esagerando, in 7 anni ancora non mi e’ capitato ma magari qualcuno di voi vive in un paese dove questo può succedere), gli amici con cui organizzi una cena senza che nessuno senta il bisogno di parlare del fatto che siete tutti lontani da casa. Hai le tue abitudini, i tuoi posti, le persone che fanno parte della tua quotidianità e magari anche quelle piccole seccature che, quando sei appena arrivata, ti sembravano parte dell’incredibile esperienza di vivere dall’altra parte del mondo e che dopo qualche anno sono semplicemente seccature, punto.

Anche le cose che una volta raccontavi come aneddoti da espatriata smettono di sembrarti degne di essere raccontate. Non pensi più “guarda che strano, qui funziona così”, perché ormai sai che funziona così e basta. Non devi più tradurre mentalmente quello che senti, non devi più chiederti se hai capito bene una certa regola o se hai interpretato correttamente un comportamento, e soprattutto non senti più il bisogno di spiegare continuamente agli altri perché in questo Paese fai una cosa in un modo e non in un altro.

Credo che sia questo il momento in cui l’espatrio comincia davvero a diventare casa, anche se magari continui a chiamarlo “espatrio” per abitudine e perché, quando incontri qualcuno che ti chiede da dove vieni, la risposta continua a essere complicata. Perché io, per esempio, dopo tutti questi anni, non posso semplicemente dire “sono italiana” e chiudere lì il discorso, almeno non se la domanda è “da dove vieni?”. Sono nata in Sardegna, ho vissuto in parecchi Paesi e vivo in Australia da anni, quindi a seconda di chi ho davanti e di quanto tempo abbiamo per parlarne posso raccontare una versione molto breve oppure aprire una specie di parentesi storica che rischia di durare più della cena. Perché, se ci penso bene, ho vissuto meta della mia vita lontano da quel posto che credo sia l’unico che posso davvero chiamare casa.

Eppure, nonostante tutta questa storia, ci sono giorni in cui mi dimentico completamente di essere una persona che vive dall’altra parte del mondo rispetto al posto in cui è nata. Sono semplicemente una donna che deve lavorare, fare la spesa, ricordarsi degli appuntamenti, accompagnare i figli, rispondere a messaggi lasciati lì da ore, organizzare una cena, pensare a cosa cucinare e cercare di capire dove sia finito quel documento che, naturalmente, avevo messo in un posto sicuro proprio per non perderlo.

Dopo tanti anni, la vita all’estero perde un po’ della sua dimensione straordinaria proprio perché diventa vita. Non significa che tu abbia dimenticato da dove vieni, né che tutto quello che hai lasciato sia diventato irrilevante. Significa semplicemente che nel frattempo hai riempito il nuovo posto di così tante cose tue che non riesci più a considerarlo soltanto “il posto in cui vivi perché sei emigrata”.

E’ questo quindi quello che succede dopo tanti anni? L’espatrio diventa normale non quando smetti di sentirti straniera, ma quando smetti semplicemente di pensarci?

Nadia

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