A gennaio, inevitabilmente, faccio bilanci.
Inizia l’anno nuovo per tutti e, per me che compio gli anni in questo mese, in modo particolare. Ci sono momenti della vita in cui il tempo non procede in linea retta, ma si piega. Per me è uno di questi. Tra poco torno a Sydney. Non è solo un rientro geografico, è un passaggio interno. Lascio un luogo che ha continuato a chiamarmi anche quando ero lontana, e torno in un altro che ormai è casa, ma non senza attrito.
Sette anni fa quell’aereo ha ribaltato la mia vita. Da allora vivo in uno spazio obliquo, fatto di scelte necessarie e di conseguenze che si comprendono solo dopo, quando non sono più evitabili.
Il nuovo anno arriva così, come una pagina già scritta a metà, con annotazioni a margine, cancellature, frasi che tornano. I miei propositi, se sono onesti, non hanno nulla di eroico. Non parlano di conquiste, ma di resistenza. Non promettono slanci, ma attenzione.
In questi giorni italiani ho pensato molto alla fragilità. Non come mancanza, ma come condizione. Fragile è ciò che chiede cura, ciò che non si impone. Fragile è ciò che, proprio per questo, resta. Siamo frangibili, per fortuna! L’espatrio mi ha insegnato che non si diventa più forti andando via, ma più esposti. Esposti alle domande che prima si potevano rimandare. Esposti alla nostalgia, che non è mai solo del luogo.
Franco Arminio scrive che “la fragilità è una forma di attenzione”. Nei suoi versi i paesi non sono rovine romantiche, ma luoghi che continuano a respirare piano, chiedendo di essere guardati senza fretta. Leggerlo mi ha aiutata a dare un nome a ciò che spesso sento: non il desiderio di tornare indietro, ma quello di sostare. Di non scappare neanche quando tutto spingerebbe a farlo.
Arminio parla dei paesi come di corpi stanchi, ma vivi. Io penso alle vite spostate come alla mia allo stesso modo: non spezzate, ma rese più lente, più consapevoli. “Restare è un gesto rivoluzionario”, leggo. Anche restare in un luogo che non è quello d’origine, anche restare dentro le scelte fatte quando sarebbe più semplice dichiararle sbagliate.
Il nuovo anno non mi chiede di essere diversa. Mi chiede di essere più precisa. Di scegliere meglio dove mettere l’energia, dove togliere rumore, dove accettare il limite senza viverlo come una sconfitta. Dopo sette anni di espatrio so che alcune fratture non si ricompongono. Ma so anche che da quelle fratture passa la luce, se si smette di volerle nascondere.
La tristezza non è il contrario della speranza. Ne è una forma adulta. La speranza, oggi, non ha la voce alta delle aspettative, ma quella bassa della visione che spero possa tornare a farsi chiara. Non tutto si recupera, ma qualcosa sì: lo sguardo. La capacità di riconoscere ciò che conta, anche quando non coincide con ciò che avevamo immaginato.
Tornare a Sydney significa riprendere una vita costruita con fatica, fatta di adattamenti quotidiani, di radici trapiantate che non smettono di cercare acqua. Significa accettare che l’altrove, forse, non è una parentesi, ma una condizione stabile. E che dentro questa condizione si può ancora scegliere come stare. Forse.
Se devo formulare un proposito per il nuovo anno, è questo: abitare ciò che c’è senza idealizzarlo né respingerlo. Dare dignità ai passaggi intermedi. Continuare a camminare“senza chiedere al mondo di essere diverso, ma chiedendo a me di essere presente”.
Il resto verrà. O non verrà. Ma non è più questo il punto.
Manuela, Sydney






4 commenti
Lucia
Molto bello questo pezzo Manuela!
Manuela Sydney
Ti ringrazio tanto!
Ana Maria da Costa Vasconcellos
Mi hai colpito. Tanto, Ho copiato un paio di paragrafi per tenermeli a mente perché davvero profondi e…utili. Rispecchiano anche la mia vita in questo momento.
Un testo che dice tanto, che ci chiede di essere letto piano, talmente sono le cose nascoste, sapientemente, tra le righe.
Grazie.
Manuela Sydney
Grazie di cuore Anna Maria, per le tue parole.
Quando ci si espone su temi privati, è di grande vaolore sentirsi compresi.
Un caro abbraccio,
manuela