Quando mio figlio è partito per la Cambogia per un’esperienza di volontariato, non l’ho sostenuto con certezze granitiche. Non con l’entusiasmo pieno di chi crede che “andare ad aiutare” sia, di per sé, un gesto limpido e incontestabile.
Ho mantenuto una posizione neutra perché volevo che toccasse il mondo con mano, che uscisse dalla bolla in cui è cresciuto, che vedesse, si disorientasse, si facesse domande proprie.
Da sempre ho dubbi riguardo a questo genere di progetti, qualcosa che mi lavora sotto pelle. Non tanto un dubbio sul valore del viaggio. Né, certamente, un rifiuto dell’idea di solidarietà. È una domanda più inquietante: che cosa stavano davvero facendo lì? Che cosa portavano, oltre alle valigie, ai buoni propositi e alle foto di gruppo?
Ogni volta che un ragazzo/a occidentale attraversa il mondo per “aiutare” altrove, si attiva un dispositivo invisibile che raramente interroghiamo. Un dispositivo fatto di buone intenzioni, certo, ma anche di gerarchie non dichiarate. Di un’idea tacita secondo cui noi siamo quelli che vanno, e loro quelli che ricevono. Noi i portatori di competenze, loro i destinatari di assistenza. Noi il centro mobile del mondo, loro la sua periferia fissa.
È qui che comincia il privilegio.
Non solo il privilegio come lista di vantaggi materiali: avere un passaporto potente, un’istruzione, un conto in banca, la possibilità di scegliere, ma il privilegio come posizione ontologica nel mondo. Il privilegio come modo di stare nella realtà senza doversi giustificare, senza dover spiegare la propria esistenza, senza temere di essere fraintesi, giudicati o respinti.
In senso filosofico, il privilegio non è soltanto ciò che abbiamo. È ciò che non dobbiamo vivere. La precarietà che non ci abita, il peso che non grava sulle nostre spalle. È il silenzio che non ci viene imposto, la voce che non ci viene tolta.
Poter partire e tornare. Poter attraversare confini senza tremare. È poter guardare la miseria altrui come esperienza. Ma davvero ci appare moralmente accettabile trasformare la vita di qualcun altro in una lezione di vita per noi stessi? Ci appare accettabile trasformare il dolore degli altri in un materiale emotivo per la nostra crescita personale?
Su questo punto, secondo me, nasce una forte ambiguità morale. C’è qualcosa di profondamente disturbante in questa dinamica, anche quando è avvolta in parole gentili.
Perché il privilegio non è solo economico: è anche epistemico. È il potere di definire il mondo, di raccontarlo, di interpretarlo, di insegnarlo. È il potere di arrivare in un luogo e pensare di sapere cosa è “meglio” per chi lo abita.
Chi decide che il nostro modo di vivere debba essere il modello? Chi stabilisce che le nostre scuole, i nostri sistemi, le nostre idee di sviluppo siano universalmente valide? E soprattutto: perché questo ci appare così naturale?
Quando parliamo di “aiuto”, spesso dimentichiamo di chiederci: aiuto secondo chi? Secondo quali criteri? Secondo quale visione del mondo?
Mi succede quando penso a certe cene di gala: tavoli ben apparecchiati, luci morbide, champagne, abiti eleganti, discorsi commossi su come, per esempio, “aiutare i rifugiati”. Scene come quelle mi appaiono stonate, quasi oscene. Come se il dolore dovesse sempre passare attraverso una scenografia rassicurante per noi: il contesto giusto, il linguaggio giusto, la distanza giusta.
Come se, in fondo, queste persone avessero diritto a essere ascoltate solo attraverso il nostro filtro, il nostro tavolo, il nostro microfono. Come se, senza il tramite di noi occidentali “privilegiati”, non avessero diritto all’ascolto. Proprio loro, che così tanto hanno attraversato e che così tanto avrebbero da insegnarci.
Ci commuoviamo, applaudiamo, promettiamo donazioni, poi torniamo alle nostre case, alle nostre vite ordinate, al nostro tempo protetto. E raramente ci sfiora fino in fondo l’idea che il problema non sia solo “loro”, ma anche del mondo che continuiamo a riprodurre con i suoi squilibri, le sue estrazioni, le sue disuguaglianze strutturali.
In quei momenti mi chiedo: chi sta davvero al centro di questa scena? I rifugiati o la nostra coscienza? Il loro bisogno o il nostro desiderio di sentirci buoni?
C’è qualcosa di osceno nel modo in cui il privilegio si compiace di se stesso. Nei racconti edificanti, nei discorsi sul “dare indietro” al mondo. Una sorta di superiorità culturale morbida, avvolta in velluto, che raramente si riconosce come tale.
Ci piace pensare di essere umili. Di essere “dalla parte giusta”. Ma quanto spesso ci accorgiamo che la nostra umiltà è essa stessa un lusso? Il privilegio è anche la possibilità di essere buoni senza che questo ci costi davvero qualcosa.
Non sto dicendo che il volontariato sia inutile o dannoso per definizione. Sarebbe troppo semplice, e anche ingiusto. Ci sono progetti seri, relazioni autentiche, scambi reali. Ma c’è una linea sottile che separa l’incontro dall’appropriazione morale.
Mi chiedo spesso: cosa sarebbe accaduto se, invece di “andare ad aiutare”, mio figlio fosse andato semplicemente a conoscere? Se il linguaggio fosse stato invertito. Se avessimo detto: “Vai a vedere come vivono, cosa sanno, cosa possono insegnarti”.
Perché anche questo è privilegio: pensare che l’apprendimento debba sempre fluire verso di noi. In molte culture non occidentali, il concetto di comunità, relazione con la natura, cura reciproca, tempo, lavoro, non è organizzato come lo è da noi. Eppure raramente pensiamo di essere noi ad aver bisogno di quelle lezioni.
Il privilegio ci acceca proprio qui: ci impedisce di vedere che non siamo il centro, ma solo una parte. Ed è qui che la domanda diventa più scomoda, quasi imbarazzante da formulare: chi diavolo siamo noi, ontologicamente, per stabilire che queste persone “hanno bisogno di aiuto”?
Abbiamo tetti solidi, sanità, scuole, denaro, possibilità, certo. Sono vantaggi reali. Ma tutto questo nasce anche da una visione della vita che raramente mettiamo in discussione: una visione che teme la morte, che misura il tempo come produttività, che vende ore di esistenza in cambio di sicurezza, che accumula cose per placare un’ansia che non ammettiamo.
Siamo stressati, accelerati, spesso isolati, eppure guardiamo con compassione, talvolta con condiscendenza, a stili di vita che non girano attorno al denaro, all’efficienza, all’accumulo.
Davvero i nostri valori sono così “fighi”? Il valore del denaro, delle cose, della carriera, della prestazione sono davvero il metro con cui si misura una vita?
So che avere un tetto e l’accesso alla sanità può fare la differenza tra vivere e morire. Ma questo non esaurisce la questione. Perché il privilegio, se esiste, non è solo materiale: è anche il modo in cui decidiamo cosa conta.
C’è poi un’altra dimensione del privilegio: il privilegio di poter scegliere le proprie battaglie. Di poter decidere quando indignarsi e quando voltare lo sguardo altrove. Di poter spegnere il telefono, chiudere il computer, tornare alla propria vita, mentre altrove il bisogno continua senza tregua. È il privilegio di poter fare del mondo un problema morale a tempo determinato. Non trovate che ci sia qualcosa di profondamente asimmetrico, quasi violento, in questo?
Manuela, Sydney
Pic – Scattata da Andrea durante il viaggio





6 commenti
Camilla
Quante riflessioni importanti Manu. Anzitutto direi che il linguaggio è importante. Quando studenti vanno in altri paesi come si può dire che vanno ad aiutare? Vanno ad imparare. Che è ben diverso. Poi certo, il privilegio. Il privilegio che è lì proprio quando è proprio perché non ce ne accordiamo nemmeno. Privilegio, presunzione e tanto altro. Detto ciò continuo a credere fermamente nell’ importanza di andare ad imparare. Si, siamo privilegiati noi che possiamo andare a ‘sbirciare’ in altri mondi per poi tornare alle nostre comode vite sicuri nei nostri salotti. Ma se non ci andassimo nemmeno?
Manuela Sydney
Grazie Cami!! Si, concordo con te. È importamte soprattutto cambire il linguaggio per potersi contaminare con più curiosità e meno certezze!
Eleonora Pasti
Sfondi una porta aperta, sono al 100 per 100 d’accordo con la tua visione. La definizione di privilegio mi ricorda tanto quella di uomo in “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir. In sostanza l’ uomo rende la donna oggetto, la descrive e la giudica senza mai mettersi in discussione. In questi giorni di guerra sempre più mi suona male anche questo modo di descrivere i paesi coinvolti con un Eurocentrico termine: Medio-Oriente!
Grazie di aver scritto questo articolo, abbiamo bisogno di queste riflessioni scomode, come dell’arte scomoda, come di film scomodi! Grazie anche per aver suggerito dove poter cominciare a cambiare: cambiando la narrazione, le parole: “andare a conoscere” anziché “andare ad aiutare”.
Manuela Sydney
Grazie a te Eleonora, per essere sempre un confronto fertile e costruttivo!
Elisheba
Le tue riflessioni sono veramente interessanti e mi hanno colpito molto. Grazie per aver condiviso questo punto di vista. Trovo che sia molto vero ciò che scrivi. Dovremo essere piu umili nell’incontro con le culture e i modo di vivere diversi dai nostri. I tuoi pensieri sono molto attuali. Chissà ti leggano in tanti. Grazie
Manuela Sydney
Grazie a te, per questo commento!