4 Dicembre 2025

Nel ventre dell’arte

Manuela Sydney • 0 commenti

Alcuni incontri non appartengono al caso. Eleonora mi ha restituito il suono della mia parte muta, o forse dovrei dire della mia parte afona. Perché la mia voce c’è e chiede di parlare.

Eleonora Pasti è un’artista che ha trovato casa a Sydney. Il suo lavoro è vivo, viscerale, libero. Il suo non è uno studio, ma un ventre. Il ventre di una madre-arte che genera figure, radici, corpi ricamati di fili e visioni. Nel suo spazio non si espone: si partorisce. L’odore di stoffa, di colore, di materia viva è quello dell’alchimia. Tutto pulsa, tutto respira.

Davanti alle sue opere non mi sento spettatrice: mi sento guardata. Scrutata da un esercito di volti che conoscono tutto del dolore, del desiderio, della nascita. Ti penetrano come una carta dei tarocchi che svela ciò che non vuoi sapere. Le sue creature, né umane né animali, né vive né morte, sembrano emergere da un sogno condiviso. Hanno la consistenza della visione, quella che vibra tra le cuciture del reale. Ti leggono, ti entrano dentro come vento, come sogno, come qualcosa che riconosci prima ancora di capire.

Un’opera dell’artista Eleonora Pasti

C’è una testa che sorride mentre piange, un occhio che osserva dal centro del petto, un corpo che si piega come un pensiero che non trova forma. Ogni pezzo sembra raccontare qualcosa di irrisolto, come se il mondo fosse cucito insieme male, e solo l’arte potesse provare a rimetterlo in ordine. Ma un ordine nuovo, carnale, veritiero, in cui tutto è ibrido e fertile.

E in me qualcosa si riapre. È un movimento lento, tellurico, che parte dalla pancia e risale come una memoria. Non so spiegare con esattezza cosa mi accada di fronte al suo lavoro. So solo che il corpo lo sente prima della mente. Davanti alle sue opere qualcosa si muove, come una corrente sottile che mi attraversa. Non è solo emozione estetica, è un richiamo, una memoria antica che si risveglia. Mi sento femmina in ogni fibra: vulnerabile, potente, radicata e in tempesta allo stesso tempo.

C’è una verità che scorre in quelle forme, nei fili che si attorcigliano come vene o incantesimi. È la voce delle streghe che portiamo dentro, quella parte di noi che sa, che intuisce, che non ha paura del buio perché nel buio ha imparato a vedere.

L’artista Eleonora Pasti

La sua non è arte che accarezza, mi ricorda che essere donna significa custodire mondi invisibili, sapere di sangue e di luna, di perdita e rinascita. Ogni opera mi guarda e mi dice: ricordati chi sei. Mi costringe a scendere in profondità, a spogliarmi delle sovrastrutture, a respirare con la parte più antica e autentica di me.

Sento qualcosa di sacro, ma non religioso, sacro come la verità quando si manifesta senza veli. È un femminismo che non alza bandiere ma sussurra potenza, che non rivendica ma ricorda: la forza è già qui, nel corpo, nella parola, nell’immaginazione. È il femminile che si espande, che gioca e sanguina, che ama e combatte senza separare.

Esco con un nodo alla gola e un sorriso. Come se avessi parlato con una parte di me che non incontravo da tempo.

Eleonora Pasti nel suo studio

C’è una forza che non è solo creativa, ma è generativa. È la stessa che fa germogliare un seme, che spinge il sangue a circolare, che fa nascere una parola dalla ferita. È la forza della femmina che non si piega, che piange e ride nella stessa ora, che partorisce forme anche dal caos.

Nello spazio di Eleonora tutto è corpo. Il tessuto, la corda, un volto che pende, le radici che si contorcono, la bambina intrappolata, tutto parla di un’essenza incarnata. Sento l’arte come una pelle, come una memoria collettiva di tutte le donne che hanno cucito, intrecciato, amato, resistito. Ogni punto è un gesto di cura e di ribellione insieme.

E io, lì, in piedi, con il cuore spalancato, mi sento piccola e immensa. Perché riconosco quella lingua segreta: la lingua delle streghe, delle madri, delle filosofe che non hanno mai potuto scrivere, ma hanno saputo tutto. L’arte diventa specchio: mi rimanda la mia ombra, la mia fame, la mia nostalgia di completezza.

Non c’è ideologia qui, non c’è femminismo da conferenza. C’è il femminile come stato dell’essere: misterioso, ambiguo, fertile, ferito. C’è la verità che non si può dire ma solo incarnare. Una verità che non consola ma libera.

Mi sembra di essere in un rito antico, dove l’arte diventa divinazione e ogni volto è un simbolo che mi parla da un’altra dimensione. Come se tutto il visibile fosse solo una soglia. Provo un senso di vertigine. Mi viene da ridere e da piangere insieme.

Esco e mi porto dietro un silenzio pieno, caldo, come dopo un incantesimo riuscito.
E penso che forse l’arte non serve a capire il mondo, ma a sentirlo di nuovo.
A toccarlo senza paura, a guardarlo con la pelle, a viverlo come un atto di verità.

Manuela, Sydney

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