Ogni volta che si è reso necessario un trasloco, un nuovo espatrio, una delle cose per me più dolorose da fare è stata salutare la nostra tata, nanny, nounou. Ho mantenuto i contatti con quasi tutte (purtroppo non ho più accesso a WeChat, l’applicazione multiuso cinese, e dunque ho perso il numero della nostra amata Jenny, che ci ha aiutato a Shanghai).
Sí, poter avere qualcuno che aiuta in casa e con i bambini è stato un privilegio enorme del mio vivere all’estero.
Con un marito con orari molto impegnativi, lontana da tutti i miei affetti e in città dove, per i primi mesi almeno, non conoscevo nessuno, posso dire che mi ha letteralmente salvato la vita e non ptrei esserne più grata. Anche perchè sí, in molte città ho avuto la fortuna di conoscere amici fantastici, persone con cui abbiamo passato momenti molto belli e con cui ci siamo sostenuti ed aiutati, ma capirete bene che ci sono limiti ai favori che si possono chiedere.
Una cosa è chiedere un passaggio per lasciare a scuola i bambini se ci si ritrova con una gomma a terra, o di bagnare le piante durante una vacanza; un’altra lasciare un neonato o un bambino con la febbre per poter fare la spesa, o delle commissioni.
Mi sono quasi subito resa conto che avevo bisogno di un aiuto, e per fortuna non ho avuto paura a chiederlo. Perché è un po’ questo il succo del discorso: spesso c’è un po’ di timore nell’ammettere che si hanno persone che lavorano per te.
“Ma come, non lavori e hai la tata?”: sí, perché sono quasi sempre sola, perchè se uno ha la febbre e l’altra va portata a ginnastica, perché se ho diecimila commissioni da fare, o peggio ancora una visita medica, e non posso trascinare dietro due bimbi, perchè mi sono detta molto presto che volevo avere anche del tempo per me, per leggere un libro o fare sport invece di stirare. Perchè in alcuni paesi ho trovato lavoro, banalmente, e gli orari scolastici non si adattavano ai miei (e quando è periodo di virus a scuola, neanche a dirlo).
Avere una tata è spesso fonte di sguardi un po’ di traverso, di qualche piccola recriminazione. Io stessa mi sono a lungo interrogata sulla mia scelta. Soprattutto quando vedevo situazioni poco piacevoli, e schiumavo di rabbia di fronte all’ingiustizia: persone mal pagate, trattate male oppure semplicemente sfruttate. Oppure perché, ancora oggi purtroppo, per far sí che una donna possa lavorare c’é bisogno che un’altra si sacrifichi. O, ancora, perché quando si vive in alcuni paesi è facile essere additata come una sciura colonialista, o no?
Ma del resto, cosa è meglio? L’esercito di nonne non remunerate che dopo aver badato ai figli, lavorato, potrebbero godersi la pensione (donne, sempre, anche loro!) invece di correre fra scuola, attività sportive dei nipotini, preparazione di pasti, o qualcuno che lavori per te, con un regolare stipendio, contributi, gratifiche?
E poi…ho da tempo smesso di dare allo sguardo altrui un’importanza che non ha e non deve avere.
Ovviamente parto da un presupposto: sono stata privilegiata. Ho sempre fatto le cose in regola, e questo non fa di me una brava persona, perchè dovrebbe essere la normalità, ma per lo meno una persona affidabile. Una persona con la quale, spero, è stato piacevole lavorare e condividere un pezzo di cammino.
E nel tempo abbiamo conosciuto delle persone meravigliose, che ho salutato fra le lacrime, che hanno insegnato ai miei bambini tantissime cose, e che soprattutto hanno reso, in alcuni momenti difficili, il carico un po’ più lieve. Susanna, Jenny, Mery, Zineb. Quattro donne che ci hanno aiutato grazie al loro lavoro prezioso, durante ricoveri, malattie, giornate infernali o semplicemente fatte di mille corse avanti e indietro. Come quelle di tutti, ma grazie a loro, con un carico diverso.
Scegliere di assumere qualcuno, quando possibile, non significa delegare in toto l’educazione e la cura dei propri bambini o della propria a casa. Siamo noi che curiamo, parliamo con gli insegnanti, pediatri, allenatori sportivi, siamo sempre noi che non dormiamo la notte al primo colpo di tosse. Ma per lo meno a tutte queste preoccupazioni e atti di cura non si aggiungono altri compiti.
Susanna, Jenny, Mery, Zineb: quattro persone che hanno condiviso tanto tempo con me e con i miei bambini, quattro persone che non avrei mai incontrato se non avessi avuto questa vita vagabonda, che hanno riso con noi, delle quali ricordiamo mille episodi che fanno ormai parte della nostra storia familiare.
Ode alle tate, davvero.





