Abbiamo la mania di mettere etichette, dare un nome, assegnare una categoria. Italiano. Australiano. Migrante. Figlio di migranti. Espatriato. Di prima generazione. Di seconda. Integrato. Non integrato. Troppo italiano per essere australiano, troppo australiano per essere italiano.
Ma siamo davvero così facilmente definibili?
Dal mio punto di vista, forse, dovremmo esitare di più. Esitare prima di dire chi è cosa. Esitare prima di decidere dove finisce un’identità e dove ne comincia un’altra. Esitare davanti ai confini, non solo quelli geografici, ma quelli culturali, emotivi, linguistici, familiari.
Perché i confini esistono, certo. Esiste un passaporto. Esiste una lingua madre. Esiste una terra in cui si nasce, una in cui si cresce, una in cui si sceglie di vivere. Ma poi esiste anche tutto quello che non entra nei documenti: il modo in cui si apparecchia la tavola, le parole che si usano quando ci si arrabbia, il cibo delle feste, il rapporto con la famiglia, il senso del tempo, della distanza, della nostalgia.
E allora mi chiedo: essere italiani sul passaporto significa automaticamente essere italiani nel modo in cui io intendo l’italianità? No, non sempre, non importa.
Penso, per esempio, a chi vive in Australia da tre generazioni. Magari conserva alcune tradizioni: la pasta la domenica, il cognome italiano, qualche parola dialettale detta dai nonni, un ricordo che si tiene stretto nel cuore, una certa idea della famiglia. Ma la vita quotidiana, il pensiero, l’educazione, il modo di stare nel mondo sono profondamente australiani. Questa persona è italiana? Australiana? Entrambe? Nessuna delle due nel modo “puro” in cui qualcuno vorrebbe definirla?
E soprattutto: chi ha il diritto di stabilirlo?
Non è una domanda banale. Perché dietro ogni etichetta c’è spesso un bisogno umano di appartenenza. Vogliamo sapere da dove veniamo, con chi possiamo identificarci, chi ci somiglia.
I dolori arrivano quando pretendiamo di trasformare l’identità in un recinto. Quando decidiamo che per essere davvero qualcosa bisogna parlare in un certo modo, cucinare in un certo modo, ricordare le stesse cose, avere lo stesso accento, la stessa memoria, la stessa esperienza, lo stesso approccio alla vita.
Ma l’identità non è un certificato. Cambia, si mescola, si contraddice. A volte si eredita, a volte si sceglie, a volte si perde, a volte ritorna in forme impreviste.
C’è chi nasce in Italia e non si riconosce in molte cose italiane. C’è chi nasce altrove e sente l’Italia come una presenza intima, familiare, quasi fisica. C’è chi parte e resta legato. C’è chi resta e si sente straniero. C’è chi ha bisogno di rivendicare un’appartenenza e chi invece sente il peso di ogni definizione.
“Che rapporto hai con questa cultura?”, “Cosa ti è rimasto?”, “Che cosa hai scelto di tenere?”, “Cosa hai scelto di lasciare andare?”, “Che cosa ti è stato trasmesso e che cosa hai trasformato?” Sarebbero forse domande più lecite.
Le tradizioni non sono immobili. Cambiano quando attraversano gli oceani. Cambiano quando passano dai nonni ai nipoti. Cambiano quando vengono vissute in un Paese diverso, in una lingua diversa, dentro una società diversa. A volte diventano più forti proprio perché lontane. Altre volte diventano simboli, frammenti, rituali affettuosi ma non più centrali.
E va bene così.
Perché abbiamo bisogno di stabilire chi sia “veramente” italiano, australiano, europeo, mediterraneo o altro. Dobbiamo evolverci all’idea che le identità contemporanee siano spesso stratificate. Non lineari. Non pure. Non definitive.
La mania di mettere etichette nasce anche dalla paura della complessità. È più semplice dire: questo è italiano, questo no. Questo appartiene, questo no. Questo è autentico, questo è annacquato. Ma la realtà umana raramente è così ordinata.
Quanto conta il sangue? Quanto conta la lingua? Quanto conta il luogo in cui si cresce? Quanto conta la memoria familiare? Quanto conta sentirsi parte di qualcosa, anche quando gli altri non te lo riconoscono del tutto?
E ancora: possiamo appartenere a più mondi senza doverne tradire uno? Possiamo essere il risultato di migrazioni, mescolanze, adattamenti, senza doverci giustificare continuamente? Possiamo smettere di misurare l’identità degli altri con il metro della nostra esperienza personale?
Io non ho risposte definitive. Anzi, diffido un po’ di chi le ha.
Mi interessa di più lasciare aperto lo spazio della domanda. Guardare le persone nella loro complessità. Ascoltare come si raccontano. Capire che dietro una parola apparentemente semplice, come “italiano”, possono esserci vite diversissime.
Forse siamo chi siamo proprio perché non siamo una cosa sola.
Siamo la lingua che parliamo e quella che abbiamo dimenticato. Siamo il Paese in cui siamo nati e quello in cui abbiamo imparato a vivere. Siamo le abitudini che conserviamo e quelle che abbiamo abbandonato. Siamo le radici, ma anche i rami. Siamo confini, sì, ma anche attraversamenti.
Mi vorrei concedere il lusso di osservare. Ascoltare. Esitare.
È ancora concesso?
Manuela, Sydney




