11 Febbraio 2026

Le persone che lasci e quelle che trovi

Diletta Brasile • 0 commenti

Le persone che lasci non se ne vanno mai davvero. Restano in un posto invisibile, dentro la tasca di qualunque mattino come direbbe Gianmaria Testa. E no, non rimangono insieme ai biglietti aerei scaduti e alle chiavi che ormai non aprono più nulla. Le porti con te senza accorgertene, come un accento che resiste, come un gesto consueto che riaffiora all’improvviso. 

Sono quelle persone che hai salutato in fretta, promettendo di sentirvi presto, ed anche quelle che non hai salutato affatto, convinta che il tempo avrebbe sistemato le cose al posto tuo.

Quando parti, pensi sempre che tornerai uguale. È una bugia gentile che racconti agli altri e a te stessa. Parti dicendo “torno, sto via  solo per un po’”, come se le distanze fossero ancora misurabili in chilometri e non in versioni di te che cambiano continuamente.

Le persone che lasci diventano una presenza silenziosa. Non parlano, ma osservano. Ti guardano mentre impari una nuova lingua, mentre provi cibi nuovi , mentre ti reinventi con una naturalezza che sorprende tutti. Alcune di loro invecchiano senza di te, altre cambiano strada, qualcuna sparisce del tutto. Le immagini che hai di loro restano congelate nella memoria:un modo di dire, quella volta in cui avete riso fino alle lacrime e quella volta in cui non avevate capito cosa stesse succedendo.  

Poi ci sono le persone che trovi lungo la strada. Arrivano senza sapere nulla del tuo prima. Non conoscono il tuo passato, non sanno chi eri, come vivevi. Cosa ti commuove e cosa ti fa innervosire.  Ti incontrano a metà, in una versione provvisoria, e per questo forse un più vera. Con loro non devi spiegare troppo: sei semplicemente qualcuno che è arrivato nel loro spazio.

Le persone che trovi hanno volti nuovi e storie che si intrecciano alla tua senza fare rumore. All’inizio sono incontri leggeri, conversazioni di superficie, amicizie che sembrano temporanee. Ma alcune restano. Restano perché condividono con te lo stesso cielo, la stessa sospensione, lo stesso senso di non-appartenenza. Sono expat come te o locali curiosi, anime di passaggio o radici mobili. Con loro impari che l’intimità può nascere anche senza un passato condiviso.

Eppure, tra chi lasci e chi trovi, si apre uno spazio difficile da abitare. È lo spazio del confronto. Le persone che lasci ti conoscono da prima, quando eri più semplice, forse più ingenua. Quelle che trovi ti vedono per quello che sei diventata: più complessa, più cauta, a volte più sola. 

Ci sono giorni in cui le persone che lasci ti mancano con una precisione dolorosa. Non ti manca “qualcuno”, ti manca proprio quella persona lì, con le sue manie, le sue frasi ricorrenti, il suo modo di occupare lo spazio. In quei giorni, anche le persone nuove sembrano insufficienti, come se fossero sempre un passo indietro rispetto a un ricordo idealizzato.

Altre volte, invece, sono proprio loro a sorprenderti. Ti accorgi che stai ridendo davvero, che stai raccontando parti di te che credevi sepolte, che stai costruendo qualcosa di nuovo senza chiedere permesso al passato. Sono quelle con cui ti ritrovi a festeggiare compleanni e ricorrenze. Ed è allora che capisci che non si tratta di sostituire proprio nessuno. Nessuno prende il posto di nessuno. Le persone non si scambiano come mobili. Si sommano, si stratificano, convivono in stanze diverse della stessa vita.

Con il tempo impari che anche tu sei una persona che qualcuno ha lasciato. Da qualche parte, in un’altra città o in un altro paese, c’è qualcuno che pronuncia il tuo nome con una punta di nostalgia. Qualcuno che si chiede come stai, se sei felice, se sei diventata quello che dicevi di voler diventare. E che magari non ha nemmeno la voglia o l’audacia di cercarti. Questa consapevolezza fa male e consola allo stesso tempo. Ti ricorda che sei stata importante, che hai lasciato tracce ma che si continua a camminare nonostante tutto. 

Le persone che lasci ti regalano la continuità. Quelle che trovi ti mostrano il cambiamento. Tra le due cose si muove la vita di chi parte. Una vita fatta di equilibri fragili, di affetti a distanza, di legami che resistono al fuso orario e altri che si sciolgono senza colpa.

Essere un expat significa accettare che il tuo cuore diventi una casa con molte porte. Alcune sempre aperte, altre socchiuse, altre ancora chiuse ma mai murate. Significa imparare a non chiedere alle persone che trovi di colmare il vuoto lasciato da quelle che hai lasciato. E significa smettere di pretendere che chi è rimasto ti riconosca sempre. Che sia ancora li ad aspettarti.

Alla fine, forse, non conta quante persone lasci o quante ne trovi. Conta come impari a portarle con te. Senza farle pesare, senza usarle come ancore o come scuse. Le persone che lasci e quelle che trovi sono entrambe necessarie. Sono la prova che sei in movimento, che stai vivendo, che stai attraversando il mondo in compagnia.

E in questo continuo andare e venire, scopri che non sei più solo la somma delle tue partenze o dei tuoi arrivi. Sei lo spazio vivo che tiene insieme chi è rimasto e chi è appena arrivato, in un’armonica e delicata convivenza. 

Bello. 

Diletta, Brasile

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