25 Maggio 2026

La mia vita in transito

Valeria Il Cairo • Commenti di 0

Una vita in transito. La mia. Se il transito è considerato in natura un momento di passaggio, un attraversamento, qualcosa di temporaneo come fa la mia vita ad essere in transito, come può la vita di qualcuno essere in transito? Cosa c’è che non torna?

È una contraddizione apparente che mi ha fatto riflettere a lungo in questo ultimo periodo perché io per prima sono abituata a pensare al transito come a una parentesi, come uno stato temporaneo, una parentesi tra un prima e un dopo. Ma in realtà il transito non è per me quella zona degli aeroporti in cui ho aspettato spesso un volo successivo e non ero ancora da nessuna parte. Io ho vissuto e vivo in transito.

Dopo oltre vent’anni trascorsi cambiando Paese con una media di quattro anni per destinazione, ho capito che il transito non è necessariamente una condizione temporanea. Può diventare una forma di esistenza.

Ho realizzato che nella mia vita il transito non è una fase. Non è quando sono arrivata in Italia dopo anni all’estero, non è il periodo di assestamento che precede “la vera vita”.

Il transito è la vita. Almeno la mia. E probabilmente quella di chiunque abbia cambiato paese ogni tot anni, come ho fatto io, senza mai smettere di costruire qualcosa in ciascuno di quei posti.

Del resto, se ci penso bene, siamo sempre in transito.

Non è una frase filosofica né una frase ad effetto. È una constatazione che mi sono trovata a fare in questi ultimi mesi. Cambiano i luoghi, le persone, le relazioni, le versioni di noi stessi. Anche chi trascorre tutta la vita nella stessa città attraversa continue trasformazioni. Nessuno rimane davvero fermo. O almeno non credo!

La differenza è che chi vive tra Paesi diversi vede questo movimento in modo più evidente e non posso fingere con me stessa che esista una stabilità definitiva.

Madeira, Croazia, Abu Dhabi, Arabia Saudita, Il Cairo, Milano.

Sulla carta sembrano le tappe di una traiettoria. Una sequenza ordinata di destinazioni. Ma io le ho vissute dall’interno e se dovessi unire i puntini non assomigliano affatto a una linea retta. Sono stati mondi completi anche se transitori e nonostante questo ho vissuto con tutta me stessa.

Non ho mai avuto la sensazione di essere “di passaggio” in quei luoghi. Ho lavorato, creato amicizie, costruito abitudini, imparato ritmi diversi, trovato punti di riferimento. Ho vissuto davvero.

Ed è proprio questo che rende insufficiente la definizione tradizionale di transito.

Perché il transito, nella mia esperienza, non è il contrario dell’appartenenza. Non è una vita vissuta a metà. Non è una lunga attesa prima che inizi la vita vera.

Nei posti in cui ho vissuto finora in transito non sono stati posti in cui ho vissuto sentendomi temporanea solo per il fatto che sapevo non ci sarei stata a lungo. Li ho vissuti con consapevolezza e non c’è nessun contrasto in questo vivere in movimento transitorio anzi, forse, è la condizione normale di chi, come me, ha imparato che il senso di appartenenza non è geografico. È qualcosa che porto con me, che costruisco ogni volta da capo, o almeno ci provo e che però non deposito in nessun luogo in modo permanente.

Quindi quando mi chiedono “ma quando ti fermi?”, rispondo con sincerità che non lo so e che non sono pronta a farlo. Non perché sia incapace di fermarmi ma perché lo faccio e l’ho fatto, ogni volta, in ogni posto.

La mia è una vita in transito anche adesso che sono a Milano. Sto vivendo, come sempre, in transito. Il transito non finisce perché ho smesso di prendere un aereo.

Forse il transito finirà se smetterò di essere curiosa. E quella, per adesso, non è ancora una prospettiva.

Il transito non è uno stato di attesa.

È un modo di stare nel mondo. Il mio.

Valeria, Milano

Foto di Rohit Dey su Unsplash

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