Ci sono metafore che tornano.
Non fanno rumore, non bussano: semplicemente si ripresentano, quando siamo pronti a rileggerle con occhi diversi.
Oggi ve ne porto due.
Due personaggi semplici, quasi domestici.
Un rastrello e un paguro.
Il rastrello
C’era una volta un rastrello.
Uno di quelli solidi, con il manico in legno, che hanno visto stagioni passare senza perdere la propria funzione.
Viveva appoggiato al suo albero.
Il suo compito era chiaro: rastrellare il giardino.
E lo faceva con dedizione.
Amava il vento, perché il vento portava sempre qualcosa di nuovo.
Aspettava che le foglie si posassero tutte e poi iniziava il suo lavoro.
Nessuna esclusa: anche quelle più nascoste, anche quelle che sembravano non voler essere trovate.
Quando aveva finito, svuotava il contenitore, tornava al suo albero
e restava lì, con qualche foglia ancora attaccata addosso.
Con loro scambiava due chiacchiere, senza fretta, in attesa della prossima folata.
Il paguro
Lasciamo il giardino e spostiamoci al mare.
È tardo pomeriggio, la luce è morbida, la sabbia non scotta più.
Se guardate bene, lo vedete: il paguro è lì, accanto a uno scoglio.
Cammina, si ferma, ascolta.
Si gode il mare, ma resta vigile.
Al minimo segnale di pericolo, si ritrae.
Il paguro non ha problemi a cambiare casa. Se serve se ne trova una migliore.
Senza annunci, senza spiegazioni, senza bisogno di essere visto.
Non è un eremita.
Se incontra altri paguri, si ferma, scambia qualche parola, una breve riunione sulla sabbia.
Poi riprende il suo cammino, da solo,
accompagnato solo dal rumore delle onde.
Perché ve ne parlo
Ve ne parlo perché il rastrello e il paguro sono due modi di stare nel mondo.
Il rastrello è chi entra nei giardini altrui, chi anima, connette, mette in movimento.
Non è amico di tutti, ma sa che, a forza di incontrare, qualche foglia resta attaccata.
E a volte, quelle foglie diventano legami veri.
Il paguro è chi sta bene nella propria solitudine.
Chi non ha bisogno di folla, ma di pochi incontri, scelti.
Chi porta la casa con se e ha bisogno di poco altro per sentirsi intero.
E io?
Se mi chiedete dove mi colloco, la risposta è: dipende.
Oscillo.
O forse no.
Forse ho imparato a usare il rastrello pur essendo un paguro.
Arrivo nei luoghi, apro casa, creo occasioni.
Non aspetto inviti: comincio io.
Conosco persone, intreccio storie.
Poi, a un certo punto, mi fermo.
Mi appoggio al mio albero.
E resto con quelle poche foglie che hanno deciso di restare.
Ma sotto, sotto davvero, sono un paguro.
Una che potrebbe ascoltare il mare da sola per settimane.
Senza sentire che manca qualcosa.
Due anime.
Un equilibrio mobile.
Una scelta che cambia nel tempo.
E voi?
Siete rastrelli, paguri
o qualcosa, di molto umano, nel mezzo?






6 commenti
Elena
Rastrellona, sicuramente, e tante foglie mi restano intorno…
Monica India
Esatto! E’ proprio cosi che funziona! Una fortuna per chi ti ha attorno! Monica
Cristina
Ebbene sì anch’io sono un paguro. Mi piace stare in mezzo alla gente ma non chiedetemi di organizzare. Mi vengono gli attacchi di panico! ♀️
Monica India
Ti devi fare amico/a un rastrello allora! 😀 Monica
Celeste
Decisamente paguro! Anche se ogni tanto mi impongo un po’ di rastrellaggine quando arrivo in un posto nuovo. Pur stando bene per conto mio, mi inquieto e rattristo quando realizzo di non avere un minimo di rete di relazioni intorno.
Monica India
Si anche io mi impongo di rastrellare subito appena arrivo, poi mi riposo appoggiata al mio albero e mi godo il “frutto” del mio rastrellare.
😀 Monica