4 Giugno 2026

Intervista a un donatore di sperma

Manuela Sydney • Commenti di 0

Tra le persone belle che ho conosciuto a Sydney c’è S. L’ho incontrato al lavoro e siamo presto diventati amici.

S. mi piace perché è una persona libera: conosce il dubbio ed è capace di mettersi in discussione. Ha una mente veloce ed è un amico speciale, di quelli che sanno far sentire la propria presenza.

S., in questa occasione, preferisce non rivelare la sua identità. Non perché non voglia essere associato alla donazione dello sperma, ne parla spesso e serenamente, ma perché desidera proteggere la propria vita privata e condividerla solo con chi ne fa davvero parte. Ha accettato questa intervista perché pensa che l’argomento debba essere maggiormente presente nel dibattito pubblico.

S. è un uomo italiano, non lontano dai quarant’anni, libero professionista, che dopo la laurea ha vissuto in vari Paesi prima di scegliere l’Australia come sua Patria d’elezione.

Come hai maturato la decisione di diventare un donatore di sperma?

Durante il lockdown del 2021 stavo scorrendo Instagram quando mi è comparsa la pubblicità di una clinica che si occupa di fertilizzazione in vitro. Diceva che in Australia i donatori di sperma sono pochi e che c’è una forte richiesta. Per curiosità ho cliccato sul link e ho scoperto che era possibile lasciare la propria disponibilità attraverso un modulo.

All’inizio l’ho presa quasi come un gioco. Mi sono detto: “Insomma, hai degli ottimi geni. Perché non utilizzarli per rendere la vita di qualcun altro un po’ più facile e migliore?”. Da lì ho inviato il modulo e sono stato contattato dalla clinica, ma dal momento in cui ho espresso il mio interesse al momento della donazione vera e propria è passato molto tempo. Questo perché il percorso serve proprio a capire se hai davvero compreso le implicazioni della scelta che stai facendo.

Qual è stato il primo passo pratico che hai fatto e come funziona in Australia?

In Australia la donazione di sperma è completamente gratuita: non si viene pagati. Credo sia una scelta importante, perché evita che qualcuno lo faccia per motivazioni economiche.

Il processo è molto lungo: nel mio caso sono passati quasi diciotto mesi tra la prima richiesta e la donazione effettiva. In parte per il Covid e i lockdown, ma soprattutto perché ci sono tantissimi controlli.

Dal punto di vista fisico vengono fatti esami del sangue, urine e screening genetici molto approfonditi per verificare eventuali malattie ereditarie. Sono test estremamente costosi, che però vengono coperti dalla clinica.

Accanto all’aspetto fisico esiste poi anche un importante percorso psicologico. Sono previsti tre incontri di circa un’ora con una psicologa o uno psicologo. Durante una di queste sessioni è richiesto anche il coinvolgimento del partner o della partner. Lo scopo è comprendere le motivazioni che spingono una persona a fare questa scelta e verificare che vi sia piena consapevolezza delle implicazioni emotive e relazionali della donazione.

Durante queste sessioni vengono affrontati diversi aspetti psicologici e legali. Per esempio, il donatore deve essere consapevole che, una volta donato il seme e una volta che questo viene scelto da una famiglia e utilizzato, non avrà più alcun potere legale su di esso. Fino al momento dell’impianto, però, il donatore mantiene il diritto di revocare il consenso: se decidessi oggi di chiedere alla clinica di cancellare tutte le mie donazioni, sarebbero tenuti a distruggere tutto il materiale biologico conservato.

Dal punto di vista legale, il donatore non ha alcun dovere nei confronti del bambino che nascerà dalla donazione, ma allo stesso tempo non ha neppure alcun diritto: nessun diritto di visita, nessun diritto genitoriale e nessuna possibilità di rivendicare un rapporto con il bambino. La legislazione australiana mette al centro soprattutto i diritti della persona nata dalla donazione.

Per questo motivo la legge prevede che il donatore lasci alla clinica i propri recapiti aggiornati. Al compimento dei diciotto anni, il ragazzo o la ragazza nati dalla donazione avranno accesso a queste informazioni e potranno decidere autonomamente se entrare o meno in contatto con il donatore.

Durante i primi diciotto anni, invece, la famiglia può scegliere di inviare al donatore lettere anonime o fotografie anonime, tramite la clinica. Non è un obbligo: dipende interamente dalla volontà della famiglia. Alcune famiglie, dopo la nascita del bambino o della bambina, decidono di mandare una cartolina o una foto come gesto di ringraziamento verso il donatore, ma si tratta esclusivamente di una scelta personale e non di qualcosa di dovuto.

Ti sei posto interrogativi di carattere etico?

Sì, ovviamente mi sono reso conto che la scelta di contribuire a mettere al mondo una persona porta con sé implicazioni etiche molto importanti. Però quello che mi sono detto è che, considerando quanto sia complesso, lungo e anche costoso il percorso per accedere a questo tipo di servizio, sono assolutamente convinto che chi sceglie questa strada lo faccia con una volontà profondissima e consapevole di avere questa creatura nella propria vita.

Da questo punto di vista mi sento molto rassicurato: sono certo che la persona, le persone o la famiglia che utilizzeranno la mia donazione lo faranno partendo da un desiderio autentico e fortissimo di accogliere un figlio o una figlia. E questo, per me, significa sapere che il mio gesto potrà contribuire a rendere una famiglia più felice. È proprio questo il motivo per cui, alla fine, sono abbastanza fiero di aver preso questa decisione.

Ti fa effetto pensare che potrebbe esserci un bambino geneticamente tuo?

All’inizio non mi faceva alcun effetto pensare che potesse esserci un bambino geneticamente legato a me da qualche parte in Australia. La legge stabilisce che una donazione possa essere utilizzata da un massimo di cinque famiglie, e che ciascuna famiglia possa avere al massimo due figli dallo stesso donatore. Quindi, teoricamente, potrei contribuire alla nascita di un massimo di dieci bambini.

Nel momento in cui ho fatto la donazione, però, questa cosa mi sembrava ancora molto astratta. È rimasta astratta quando ho saputo che il mio seme era stato scelto. Il vero impatto emotivo è arrivato il giorno in cui l’agenzia mi ha scritto perché una delle famiglie aveva deciso di inviarmi una lettera e una fotografia.

Lì sì, mi ha fatto davvero effetto. Ricordo ancora il momento in cui ho aperto la foto e ho visto questa bellissima bambina vestita di rosa, circondata da peluche. Insieme c’era una lettera molto intensa che la madre – sicuramente una madre single – mi aveva scritto per ringraziarmi della donazione. Mi diceva anche che sperava che, un giorno, quando la bambina avrebbe compiuto diciott’anni, io potessi eventualmente diventare parte della sua vita. Quella lettera mi ha colpito profondamente e, devo dire, ci penso spesso.

Se un giorno alcuni di quei bambini volessero conoscerti, come reagiresti?

Sarei disponibilissimo a conoscere questi ragazzi o queste ragazze. Però, come spiegavo prima, è importante ricordare che la scelta di entrare in contatto non dipende da me: sarà una loro decisione, non mia. Nel momento in cui questo potrà accadere, comunque, incontrerò delle persone ormai adulte, o comunque maggiorenni, quindi capaci di scegliere consapevolmente se voler conoscere il donatore oppure no. Da parte mia c’è totale apertura verso questa possibilità.

E tornando alla domanda sull’effetto che fa: sì, me ne fa tantissimo. Pensare che tra quindici anni qualcuno possa bussare alla mia porta e dire “Ciao, sono nato o nata grazie alla tua donazione” è una cosa che inevitabilmente mi colpisce molto, ma sarei assolutamente disposto a incontrarli.

C’è qualcosa di questa scelta che preferisci non approfondire troppo quando ci pensi?

No, guarda, come ho spiegato, è stata una scelta estremamente ponderata. Non è assolutamente una decisione presa d’impulso o senza rifletterci. Anzi, ho pensato molto alle conseguenze e agli effetti che questa scelta avrebbe potuto avere sulla mia vita.

Per questo motivo credo che se ne parli ancora troppo poco. La donazione di sperma, così come la donazione di ovuli, rimane un tema di cui spesso c’è imbarazzo a parlare, oppure che viene trattato in modo molto superficiale. E invece penso sia qualcosa che meriterebbe molte più conversazioni aperte e sincere.

Quindi no, non c’è nulla che non mi senta di approfondire o raccontare.

Hai mai pensato di fare il padre un giorno?

Una delle ragioni principali per cui ho deciso di fare questa scelta è la consapevolezza di non aver mai sentito un vero istinto paterno né il desiderio di avere figli. So che al mondo esistono tantissime persone che desiderano profondamente diventare genitori, ma questo, semplicemente, non è mai stato il mio desiderio.

Non ho mai sentito la volontà di avere dei figli e non credo che in futuro questo cambierà. Proprio questa consapevolezza, in qualche modo, mi ha spinto a voler dare una possibilità a chi invece sente fortemente un istinto materno o paterno e sogna di costruire una famiglia.

Per me è stato anche un modo per trasformare qualcosa che personalmente non sento come parte della mia vita in un’opportunità concreta di felicità per qualcun altro.

Pensi che la donazione di sperma sia anche una questione socio politica?

Credo che questo sia, prima di tutto, un gesto molto bello nei confronti di altre persone che desiderano profondamente diventare genitori ma che, per diversi motivi, non possono farlo da sole.

Per me è una questione che va oltre la politica. Mi sembra qualcosa di umano, più legato al desiderio di aiutare qualcuno a realizzare un progetto di vita importante. Poi certo, volendo si possono aprire anche riflessioni politiche o sociali, per esempio sul diritto delle coppie dello stesso sesso ad avere figli, ma personalmente preferisco guardare soprattutto all’aspetto umano della questione.

Alla fine, credo che chiunque desideri davvero diventare genitore dovrebbe avere la possibilità di provarci. E io sono felice di aver potuto contribuire, nel mio piccolo, a dare questa possibilità a persone che la desideravano profondamente ma che, senza un aiuto esterno, non avrebbero potuto realizzarla.

Manuela, Sydney

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