Mi rendo conto di essere cresciuta pensando che il razzismo dovesse essere qualcosa di evidente, che avesse bisogno di una scena: un insulto, un rifiuto, una violenza verbale che si lascia nominare senza esitazione. Qualcosa che accade in forme così esplicite da non lasciare spazio al dubbio.
È una definizione comoda. Perché ci permette di riconoscerlo senza metterci troppo in discussione.
Ma gran parte del razzismo non funziona così. Il razzismo moderno è più educato, più difficilmente si dichiara. Non lascia quasi mai prove sufficienti. Eppure lavora. Giammai ti verrà detto che “non puoi entrare”, ma ti sarà fatto capire che dovrai entrare in punta di piedi. Che dovrai essere più chiara, più gentile, più paziente, più competente. Che dovrai tradurti continuamente, senza sembrare stanca di farlo.
Crescendo a Locri, in Calabria, questa cosa l’ho imparata presto, anche se non la chiamavo ancora con questo nome. Non sono mai stata “razzializzata” nel senso classico del termine, ma mi sono comunque trovata spesso dentro una geografia di pregiudizi.
Il Sud è un’identità che arriva prima di te. Sei percepita come pigra o furba, arretrata o folkloristica, troppo emotiva o poco affidabile. Disonesta. Dipende da chi guarda. Non è mai detto in modo diretto, quasi mai. Ma si insinua nel modo in cui si ferma lo sguardo di chi hai intorno, nelle aspettative che gli altri hanno prima ancora che tu apra bocca, nella sfilza di “prove” che devi superare per dimostrare chi sei.
Stai spesso un po’ al bordo della bolla, non fuori, ma in una posizione leggermente spostata.
Da expat in Australia ho imparato presto che l’esperienza dello straniero non è fatta solo di visti, accenti, nostalgia e nuove abitudini. È fatta anche di minuscoli spostamenti di status. Di momenti in cui capisci che la tua presenza viene accolta, sì, ma non sempre riconosciuta con la stessa naturalezza di altre. Mi è capitato di sentirmi così, ma in un modo talmente sottile che faccio fatica a raccontarlo senza paura di esagerare.
Disclaimer: ovviamente NON sto dicendo che “gli australiani sono razzisti”. Sarebbe una scorciatoia pigra, e anche falsa. Ho osservato le stesse dinamiche in Italia, e non solo. E, ovviamente, sto generalizzando per stressare alcune sfumature umane. Nessuna società si lascia ridurre così facilmente. L’Australia è un Paese complesso, attraversato da multiculturalismo, migrazioni e cosmopolitismo urbano. Come quasi tutte le democrazie occidentali, convive con una contraddizione: celebra la diversità come valore pubblico, ma continua a misurare l’appartenenza secondo codici non detti.
Trovo poco interessante trovare il colpevole individuale. Quello che mi interessa è osservare il funzionamento umano, ad ogni latitudine. Perché tutti, in qualche contesto, siamo stati “fuori”. Ma in altri siamo perfettamente dentro. E lì il rischio è non vedere nulla. Dare per naturale ciò che naturale non è. Non accorgersi delle soglie invisibili che per altri sono quotidiane.
Siamo stati educati a pensare al razzismo come intenzione cattiva, ma il sistema può produrre esclusione anche senza cattiveria. Può farlo attraverso la burocrazia, il mercato del lavoro, la lingua, l’idea di professionalità, i criteri di bellezza, il modo in cui si valuta l’intelligenza, il modo in cui si decide chi “si integra” e chi resta sempre in prova.
È qui che il razzismo diventa difficile da spiegare e facile da vivere.
Lo vivi quando il tuo accento diventa un tratto di personalità prima ancora che un modo di parlare. Quando la tua provenienza viene trasformata in aneddoto. Quando sei interessante, ma non pienamente autorevole. Quando devi dimostrare di essere “abbastanza”: abbastanza fluente, abbastanza adattabile, abbastanza non problematica. Quando la differenza è tollerata a condizione che sia gradevole, decorativa, mai troppo politica.
C’è una violenza particolare nell’essere continuamente interpretati. Non osservati: interpretati. Come se il tuo corpo, il tuo nome, la tua voce, il tuo passaporto portassero già una spiegazione prima ancora che tu possa offrirne una tua.
Questo non riguarda solo chi emigra. Riguarda il mondo intero, perché il razzismo sistemico è una grammatica globale. Cambia a seconda dei luoghi, ma conserva la stessa logica: stabilire chi appartiene senza doverlo dire apertamente.
In Europa il razzismo spesso si nasconde dietro la parola “integrazione”. Una parola apparentemente civile, ma carica di gerarchie. Integrare significa quasi sempre chiedere a qualcuno di avvicinarsi a una norma che non viene mai messa in discussione.
Per questo è politico. Non nel senso povero della parola, quello dei partiti e delle campagne elettorali. Politico nel senso più profondo: riguarda chi può muoversi, chi può restare, chi viene creduto, chi viene protetto, chi viene assunto, chi viene fermato, chi viene compatito, chi viene temuto.
Le politiche migratorie contemporanee sono uno degli esempi più evidenti. Il mondo ricco ha bisogno dei migranti, ma spesso li vuole selezionabili, sostituibili, grati. Vuole forza lavoro, competenze, cura, energia, giovinezza. Ma fatica a concedere piena soggettività. Così lo straniero ideale diventa quello che produce senza disturbare, partecipa senza reclamare, arricchisce la cultura nazionale senza pretendere di riscriverla.
Anche l’expat, figura apparentemente privilegiata rispetto al migrante, rivela molto di questa gerarchia. Non tutti gli stranieri sono chiamati allo stesso modo. Alcuni sono expat, altri immigrati. Alcuni portano “esperienza internazionale”, altri “problemi di integrazione”. Alcuni hanno accenti affascinanti, altri accenti da correggere.
E allora bisogna stare attenti anche alla propria posizione. Parlare da expat europea in Australia non è la stessa cosa che parlare da rifugiata, da persona indigena, da lavoratore precario, da cittadina razzializzata, da richiedente asilo. Non tutte le esperienze di estraneità hanno lo stesso peso. Ma proprio da una posizione intermedia si può forse riconoscere qualcosa: il momento in cui il privilegio incontra il limite, e il limite rivela il sistema.
Il razzismo soft è pericoloso perché chiede compostezza a chi lo subisce. Ti mette nella condizione di dover essere precisa, per non sembrare vittimista. Ragionevole, per non sembrare arrabbiata. Educata, per non sembrare ingrata.
Io non credo che una società si misuri solo da ciò che vieta apertamente, credo che si misuri anche e soprattutto da ciò che rende faticoso. Per chi deve spiegarsi di più. Per chi deve sorridere di più. O per chi deve adattarsi prima di essere ascoltato.
Ho smesso da tanto di cercare il razzismo solo dove è volgare. Lo voglio guardare dove è elegante, amministrativo, progressista, sorridente. Dove non dice mai “tu sei inferiore”, ma organizza il mondo come se alcuni fossero più naturalmente al centro e altri sempre appena fuori dall’inquadratura.
Manuela, Sydney





