Sono quasi le tre del mattino. A ogni movimento dell’utero che sento ho il terrore di ricominciare a perdere grumi di sangue, come cinque giorni fa, quando sono finita di nuovo in ospedale. Mi guardo i pantaloni, nervosa, nella fila per salire sull’aereo che ci porterà fuori dagli Emirati. Stringo mio figlio, che ha quindici giorni, come questa guerra, e il passaporto solo da ieri. Mio marito ha in braccio la grande, che si è finalmente addormentata. Spero che non ci chiedano di metterla al suo posto per il decollo, fa così fatica a dormire in questi giorni.
Per fortuna da domani dormirà bene.
Non faccio a tempo a finire il pensiero che il comandante ci chiede di sbarcare immediatamente dall’aereo. Una hostess arriva e si offre di prendermi il piccolo per aiutarmi a uscire: “È meglio correre, signora”. Corro come posso, con il pavimento pelvico e gli addominali ancora deboli dal parto. Corriamo nel tarmac, fuori dal gate, nei corridoi dell’aeroporto già deserti, con i due bambini in braccio perché i passeggini sono già stati imbarcati. Si sentono esplosioni in lontananza, la grande si è svegliata, ha gli occhi grandi e la bocca chiusa di chi già conosce il copione.
Siamo così fortunati.
l pensiero mi travolge, come spesso in questi ultimi giorni, da quando ho alzato la testa dal neonato che avevo appena conosciuto per vedere le prime intercettazioni.
Siamo fortunati perché gli avvisi arrivano e perché i missili non cadono. In decine di Paesi non c’è questo lusso. Ho stretto mia figlia decine di volte pensando alle migliaia di madri che non possono proteggere i loro. Ho potuto dirle, senza mentire, che a casa eravamo al sicuro.
Siamo fortunati perché possiamo uscire poco, lavorare da remoto. Tutti i (pochi) morti che ci sono stati non avevano questo lusso.
E siamo fortunati a poter scegliere se partire o se restare. Ho salutato con gli occhi lucidi i miei vicini ucraini, che non hanno più una casa a Kyiv, e quelli sudafricani, che festeggiano le trentanove settimane di gravidanza oggi e aspettano di conoscere il loro terzo figlio, sapendo che ci vorranno mesi perché abbia un passaporto e possa uscire dal Paese. Un’altra vicina ha commentato le centinaia di messaggi nel gruppo del compound sul restare o andarsene con un’alzata di spalle: finché non troviamo lavoro all’estero non possiamo nemmeno pensarci. Per loro ci sono solo una decina di Paesi accessibili senza visto.
I nostri amici libanesi sono più preoccupati per la loro famiglia che per loro stessi e si chiedono se avrebbe senso far venire loro negli Emirati. La mia collega siriana è nata qui, come lo sono i suoi figli adolescenti: questa per loro è casa, la Siria è il ricordo dei nonni, ormai troppo deboli per affrontare un eventuale viaggio.
Siamo accampati in un punto più riparato dell’aeroporto, mia figlia piange di stanchezza, il piccolo ha fame di nuovo, lei urla che non vuole il bebè. Di fianco a me c’è una donna velata con una bambina di tre o quattro mesi e un’altra di tre o quattro anni: viaggia sola, i vicini di posto le tengono la piccola mentre lei rassicura la grande.
Siamo fortunati. Perché i nostri passaporti e i nostri lavori ci permettono una scelta vera: restare o andarcene. Perché non abbiamo perso il lavoro o lo stipendio, come sta già capitando a tanti. Perché siamo in due a gestire questo viaggio difficile.
Ho il groppo in gola per il sollievo e per il senso di ingiustizia, i nervi a fior di pelle, gli ormoni a mille e parecchio sonno. Finalmente ci comunicano che è ora di tornare sull’aereo. Chiudono un occhio sul fatto che io abbia entrambi i bambini sul sedile e mi ritrovo a provare a spiegare a mia figlia che purtroppo non hanno Bluey nell’in-flight entertainment (sul serio, Etihad, non dovevi farmi questo). Chiacchiero del mio lavoro con la signora seduta dall’altro capo del corridoio. Prima ancora di aver lasciato i cieli emiratini, la normalità parallela in cui viviamo da fine febbraio ha ripreso il sopravvento. Una normalità fragile come quella di tutti, ma la cui fragilità è esposta, ricordataci da ogni allarme telefonico, dagli uffici semideserti.
Dopo dodici ore di viaggio abbiamo trovato i nonni ad aspettarci, la camera degli ospiti con lenzuola pulite e una culla per il piccolo, dei libri nuovi da leggere, un sacchetto di vestiti invernali da neonato portato dalla suocera di mia cugina.
Abbiamo scelto di passare qualche settimana in Europa. Avere una scelta è un enorme privilegio.
Elisa, Abu Dhabi





