il mio giappone
17 Settembre 2026

Il mio Giappone: viaggiare lentamente dove tutti corrono

Federica Italia • Commenti di 0

Il Giappone non era il mio sogno. Era il sogno di mio figlio, appassionato di anime e manga, e gliel’ho abbiamo regalato per i suoi 18 anni e la maturità. Un viaggio in due, lui e io, in un paese che avevo sempre guardato da lontano con curiosità ma senza il desiderio urgente di arrivarci.

Amo e vengo da un oriente diverso. Ho vissuto in Cina e in Thailandia, ho viaggiato in Birmania, Cambogia, Indonesia. Un oriente meno ordinato, meno facile, più caotico. Il Giappone mi sembrava quasi troppo perfetto. Poi, quando ho iniziato a organizzare il viaggio, è successo che ho salvato davvero tanti post su Instagram perché c’erano tante immagini che mi chiamavano. E quando ci sono arrivata ho capito perché.

Tokyo: il non previsto che resta

Tokyo è una città che ti spinge ad accelerare. Il ritmo, le luci, la folla, le mille cose da vedere e fare. Tutto ti invita a correre da un posto all’altro, a vedere di più, a spuntare dalla lista il maggior numero di attrazioni possibile.

Io ho fatto l’opposto.

Ho cercato anche i quartieri meno turistici, dove si coglieva di più la vita reale dei giapponesi. Mi sono persa in luoghi che non erano previsti. Ho visto una pubblicità per strada per il festival Yosakoi. Non sapevo cosa fosse. Ho cambiato il programma della giornata e sono andata. Costumi incredibili, danze tradizionali, una festa che non avrei mai cercato e che non dimenticherò.

La sera, con il programma stravolto dalla festa, ho pensato che potevo andare al Senso-ji. Sapevo già che di giorno sarebbe stato invivibile con troppi turisti e troppo rumore. Tanto che avevo quasi pensato di non visitarlo nonostante sia uno dei simboli di Tokyo. Ho aspettato di andare verso sera e, quando la folla se ne è andata, il tempio si è rivelato davvero: le lanterne accese, il buio, i risciò fermi. E una sorpresa inaspettata: le serrande abbassate dei tanti negozi di souvenir nascondevano dipinti giapponesi bellissimi. Lì da sempre, invisibili di giorno, invisibili alla folla.

Tokyo non si corre. Si aspetta. E poi ti sorprende.

Il Nakasendo: camminare per vedere

Ho inserito una tappa insolita fra due mete classiche come Tokyo e Kyoto: l’antica via a piedi usata un tempo da samurai, principesse e mercanti, il Nakasendo Trail. Ho scelto di percorrere una tappa a piedi di circa 10 km. Mio figlio ha sbuffato perché non voleva camminare e non gli interessava il Giappone rurale. Sono gli unici due giorni che gli ho imposto.

Il Nakasendo Trail è un’antica via di posta che attraversa un Giappone rurale e lento, rimasto quasi uguale a secoli fa. Cedri centenari altissimi, il rumore dell’acqua che scorre, una foresta di bambù. Case di legno che sembrano ferme nel tempo. Stazioni di posta dove il ritmo della vita è ancora quello di sempre.

A metà percorso, una casa da tè. Tè ad offerta libera, un anziano che ci teneva a farti sentire a casa, un fuoco al centro della stanza, il tatami. Un libro degli ospiti dove lasciare qualcosa di sé, un timbro per il mio diario di viaggio.

È il Giappone che non si trova nei pacchetti turistici classici. Quello che si trova solo se rallenti abbastanza da cercarlo. A fine vacanza mio figlio mi ha detto che, insieme a Tokyo è stato uno dei momenti più belli.

Kyoto sotto la pioggia

A Kyoto ha piovuto quasi sempre. Avremmo potuto aspettare che smettesse. Invece abbiamo fatto come i giapponesi e siamo usciti comunque con l’ombrello. Anche sotto una pioggia torrenziale anche per il Giappone.

E abbiamo visto un Kyoto che in pochi vedono.

La foresta di bambù di Arashiyama, di solito invivibile per la folla, quasi deserta. Solo il rumore della pioggia sui bambù e noi. Il Fushimi Inari con le sue gallerie di tori arancioni vuoto, silenzioso, surreale.

La pioggia non è stato un ostacolo. È stata il nostro biglietto per vedere questi posti come raramente capita. Una di quelle circostanze impreviste che in viaggio ripagano sempre. Se le lasci entrare invece di combatterle.

I giardini: l’arte di togliere

C’è qualcosa nei giardini giapponesi che mi ha fermata ogni volta.

Non è la bellezza nel senso in cui la intendiamo noi: rigogliosa, abbondante, colorata. È il contrario. Ogni elemento è essenziale. Ogni pietra è al posto giusto. Ogni spazio vuoto è voluto quanto quello pieno.

Per chi ama la fotografia sono un invito continuo: la luce, le geometrie sempre presenti, le cornici degli affacci ad inquadrare i giardini, il silenzio visivo. Mi sono sentita perfettamente a mio agio in quei luoghi. Come se quella riduzione all’essenziale parlasse una lingua che riconosco.

Sono tornata a casa con una voglia nuova: alleggerire. La casa, le procedure di lavoro, le abitudini. Togliere ciò che non serve per far risaltare ciò che conta davvero.

Il Giappone non me lo ha detto con le parole. Me lo ha mostrato con i suoi giardini.

Quello che porto a casa

Il Giappone mi ha confermato qualcosa che sento ogni volta che viaggio lentamente: i momenti più belli non erano in programma. Erano nelle deviazioni, nelle attese, nelle scelte di rallentare invece di correre. Nell’andare dove gli altri non vanno, o quando gli altri non ci sono.

C’è una parola giapponese, hanami, che significa fermarsi a guardare i ciliegi in fioritura. Non è un’attività. È un rito. Ci si siede, si guarda, si sta.

Ecco cos’è per me il viaggio lento, in Giappone come ovunque. Non vedere di più. Sentire di più. E tornare a casa con qualcosa che resta davvero.

Federica, Italia

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