20 Ottobre 2025

Il caos fuori, la pace dentro.

Monica Scillieri • 1 commento

Quando sono arrivata in India, la prima sensazione è stata quella di non avere punti fermi.
Non era solo il caldo che si incolla addosso, né i mercati stipati, né i colori che si moltiplicavano su ogni parete, su ogni sari, su ogni muro scrostato.
Era un senso di disorientamento più profondo, come se ogni mia certezza fosse improvvisamente superflua.

Io, che venivo da un mondo dove tutto sembrava seguire una linea retta, lì mi trovavo dentro una spirale.
Ma non era una spirale che ti trascina verso il basso. Era qualcosa di più sottile. Una torsione continua tra dentro e fuori, tra ciò che è tuo e ciò che, improvvisamente, non lo è più.

All’inizio osservavo tutto con il filtro del confronto: “Da noi non si fa così”, “Da noi sarebbe maleducazione”. Ma “da noi” chi? E soprattutto: perché mai doveva valere anche qui?

Ho iniziato a capire qualcosa quando ho smesso di interpretare quel caos apparente come disordine.
La prima crepa nel mio schema si è aperta una mattina, troppo presto per essere già così calda.
Ero in ritardo. Avevo dormito male, avevo la testa altrove, e l’autista del taxi sembrava non curarsi del tempo che passava. Si era fermato, con la calma di chi ha tutta la giornata davanti, a comprare un chai per sé – e uno per me. Me lo ha teso senza dire nulla.
Un gesto piccolo, quasi irrilevante, ma che mi ha colpita come un sasso lanciato nell’acqua ferma.
Era gentilezza. Di quella che non chiede nulla in cambio, che non è formalità, che non vuole essere vista, ma che cambia il modo in cui ti senti al mondo.

In India ho scoperto che la gentilezza non ha bisogno di silenzio per esistere.
Può convivere con la lentezza, con l’imprevisto, con la realtà che non segue mai la strada più breve.
È uno sguardo che ti cerca, una parola detta piano in una lingua che ancora non comprendi, una condivisione istintiva: di un pasto, di un tempo, di uno spazio.

Col tempo, ho capito che in India il caos esterno non è un ostacolo alla calma, ma spesso la sua condizione necessaria.
Come se, per proteggersi da ciò che non si può controllare fuori, le persone avessero imparato a coltivare una centratura profonda, silenziosa.
Una forma di quiete che non ha bisogno di silenzio, né di ordine.

Questa dicotomia mi ha segnata.
Perché da dove venivo io, è spesso l’opposto: più ordine fuori, più disordine dentro.
Strade pulite, palazzi in fila, semafori funzionanti. Ma animi agitati, menti stanche, cuori arrabbiati.
E una gentilezza che, quando c’è, suona a volte come un favore, come un merito.
Non un gesto naturale, ma un’aggiunta. Una fatica.

In India la gentilezza è incorporata, non ha bisogno di ragione per esistere.
È parte della sopravvivenza comune.
Perché lì, senza una certa disponibilità reciproca, sei perduto.

E così ho imparato anch’io, lentamente, a lasciare che il caos mi attraversasse senza farmi tremare.
A non oppormi a ogni imprevisto, a non cercare sempre rifugio nel controllo.
Ma soprattutto, ho imparato che la vera forza sta nel saper essere gentili quando nulla attorno lo è.
Che si può vivere in mezzo al rumore, alla disorganizzazione, al ritardo, e non per questo diventare ruvidi, cinici, taglienti.

Se oggi mi chiedono cosa ho portato via dall’India, non mostro scialli ricamati né spezie profumate.
Parlo di uno sguardo nuovo, allenato a riconoscere quando un gesto è vero.
Parlo di una gentilezza che non ha bisogno di parole, e che mi ha insegnato una cosa sola:
la calma, quella profonda, che è una ricerca costante che non viene da ciò che hai intorno, ma da ciò che scegli di coltivare dentro.

Monica, Italia

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