Ho sempre sentito il bisogno di lavorare. Non volevo perdere il contatto con i miei cari studenti, la comunità di allievi che mi segue da tanto tempo. Lavorare, anche a distanza, era per me una necessità mentale e fisica. Qualcosa di mio da far crescere e nutrire. Un’occasione per trasformare un ostacolo in un’opportunità, invece di “subire” le scelte di carriera altrui.
Perché questo dettaglio non è insignificante: la scelta di cambiare vita è spesso sbilanciata, e può capitare che una parte della famiglia inizi a sentire il peso della “vacanza forzata”. La rinuncia — o anche solo lo stop temporaneo — alla propria carriera, unito al cambiamento radicale di vita, talvolta genera tensioni all’interno del nucleo familiare appena trasferito in un altro Paese.
Anche nella mia famiglia abbiamo sfiorato questo rischio. Appena ho sentito crescere la tensione, ho capito che dovevo agire e darmi una scrollata: smettere di lamentarmi e cominciare a fare.
La prima cosa che ho fatto è stata chiedere un parere legale sulla possibilità di realizzare il mio progetto nel Paese in cui mi ero trasferita. Le prospettive in Sudafrica non erano rosee.
Con l’aiuto di un legale fidato, esperto in materia e del luogo, ho cercato di capire come poter avviare la mia attività. Ho scoperto che essere un “nomade digitale” a Johannesburg era effettivamente possibile. Così, ho aperto un piccolo studio di Pilates online.
La mia fortuna è svolgere un lavoro che posso “portare in giro per il mondo”: sono un’insegnante certificata di Pilates con un’esperienza decennale nell’insegnamento del movimento, sia in presenza che online. Durante il Covid — una delle poche note positive di quel periodo — ho iniziato a seguire i miei clienti da remoto. Non è stato semplice. Ho dovuto studiare, mettermi in gioco, e trovare il modo migliore per insegnare un’attività fisica basata sulla precisione e la correzione, nonostante la distanza fisica.
Ho portato avanti tre anni di lavoro, acquisendo clienti e creando da zero un’attività part-time, pagando regolarmente le tasse nel Paese ospitante. In Egitto ho mantenuto il lavoro online e ho aperto un piccolo studio, portando con me i miei macchinari (il metodo Pilates, infatti, si insegna non solo a corpo libero sul tappetino, ma anche con una serie di attrezzature sofisticate). In un’area del Cairo dove il Pilates era praticamente sconosciuto, sono stata in breve tempo sommersa dalle richieste, tuffandomi in quello che in gergo imprenditoriale si chiama “Blue Ocean”.
Oggi insegno nel mio studio e ho la possibilità di conoscere persone incredibili, provenienti da ogni parte del mondo. Ogni lezione si trasforma in un incontro tra culture, religioni e costumi diversi: uno spazio in cui l’umanità dialoga e impara a conoscersi attraverso la pratica fisica. Per me, è un modo alternativo per imparare a vivere in un Paese e in una città completamente nuovi.
Ricordo le sagge parole di una mia allieva sudafricana:
“Bloom where you are planted” — “Sboccia dove vieni piantata”, o dove ti porta il vento.
Queste parole semplici mi hanno ispirata e mi hanno dato il coraggio — e la certezza — di potercela fare ovunque, con il tempo, sia nei terreni fertili che in quelli più aridi.
Con queste parole vorrei dare coraggio, offrire una visione, o magari accendere in chi legge un’idea da realizzare in un panorama che sembra riguardare solo un membro della famiglia. Perché il fraintendimento è sempre in agguato, appena sotto la superficie della vita familiare:
“Io lavoro e tu stai a casa senza fare nulla.”
“Io, invece, per te ho rinunciato a tutto!”
Così, l’equilibrio comincia a incrinarsi, come un vetro colpito da un sassolino. La crepa si espande lentamente e, se non si prende fiato e non si fa un passo indietro — o verso l’altro — tutto rischia di andare in frantumi.
Dobbiamo poter coltivare noi stessi e scegliere liberamente come farlo. Quindi, se avete un talento, un’idea, un progetto nel cassetto… abbiate coraggio.
Chi sono io? Chi è questo “io” di cui cerchiamo di capire qualcosa? È proprio questa la domanda che ha smosso il terreno in cui ero stata “travasata”.
Sbocciare dove il terreno sembra inospitale e diverso dal nostro può sembrare impossibile, soprattutto in Paesi dove le leggi impediscono, a chi ha un visto di accompagnamento, di svolgere un lavoro che ama e in cui può realizzarsi al di là del ruolo familiare.
Il più delle volte è necessario documentarsi, comprendere le leggi del Paese che ci ospita, prendere contatti, esplorare i confini e le “zone grigie” in cui ci si può muovere — sempre con l’aiuto di professionisti riconosciuti e attivi sul territorio.
Concludo con l’esempio di I., mamma di due bambini, da anni in giro per il mondo con la sua famiglia.
L’ho incontrata nel mio studio, attratta dall’amore per la pratica del Pilates. Ha iniziato a frequentare le lezioni e un giorno mi ha detto:
“Hai avuto una bella idea. Portare questo lavoro in giro per il mondo è un modo bellissimo per dedicarsi alla propria crescita personale.”
Così ha iniziato la formazione per diventare un’insegnante certificata di Pilates. Un percorso complesso, costoso e lungo.
Ora I. insegna Pilates in diversi studi del Cairo e a breve sosterrà l’esame di certificazione. Sono felice di aver acceso in lei la scintilla di una trasformazione.
Questa immersione in un altro Paese può diventare un’occasione per un cambio di carriera, per percorrere strade che non avremmo mai avuto il coraggio di intraprendere nel nostro ambiente di origine.
È meraviglioso quando, dopo le difficoltà e la fatica, arriva quel momento in cui pensi:
“Se ce l’ho fatta qui, posso farcela ovunque.”
E quando senti che sei cambiata, che sei cresciuta dentro.
Come una pianta che da secca comincia a germogliare, allora ti guardi allo specchio, e il sorriso si apre. Ti senti in pace.
E se trovi la pace, quella pace si diffonderà anche a chi ti sta vicino — e da loro ad altri, e così via.
Devo ringraziare per questa fioritura:
Joseph H. Pilates, i miei maestri, tutti i miei allievi, la mia famiglia… e la me stessa coraggiosa.
Alice





