Qualche giorno fa mi è capitato di riprendere in mano un paio di testi del mio passato universitario, di filosofia. Quelle letture che restano lì per anni, silenziose, e poi a un certo punto tornano a bussare. Complice anche il fatto che mi è stato girato un video molto interessante su James Hillman, mi sono ritrovata di nuovo davanti a un tema che sento molto, soprattutto pensando alla vita expat: questa idea continua del reinventarsi, del riadattarsi, del ricominciare.
(Lascio qui anche il link al video che mi ha ispirato questo post).
Trasferirsi all’estero ti cambia. Ti cambia il ritmo, la lingua, le abitudini, il modo in cui ti presenti agli altri. A volte ti cambia persino il tono della voce quando usi un’altra lingua. Quando vivi fuori dal tuo Paese impari presto una cosa: adattarti non è una scelta secondaria, è una competenza di sopravvivenza.
Ed è forse anche per questo che tra expat torna sempre lo stesso messaggio: reinventati. Ricomincia. Sii flessibile. Cambia pelle. Diventa una nuova versione di te.
Per carità, fin qui tutto vero. Perché vivere altrove ti costringe spesso a rimettere insieme i pezzi in un altro ordine.
Ma c’è una domanda che mi sembra manchi quasi sempre in questo discorso: quanto di questo reinventarsi è crescita, e quanto invece è smarrimento?
Perché sì, cambiare può essere bellissimo. Può essere liberatorio. Può essere il momento in cui finalmente ti autorizzi a uscire da ruoli vecchi, aspettative familiari, definizioni che ti stavano strette.
Ma può esserci anche un altro lato, più silenzioso. Quello in cui ti adatti così bene, così in fretta, così spesso, che a un certo punto non capisci più cosa è davvero tuo e cosa hai costruito per funzionare. Per essere leggibile. Per essere accettata. Per cavartela.
E qui, secondo me, vale la pena fermarsi un attimo. O almeno è quello che sto cercando di fare io in questa fase della mia vita. E sì, temo che finirò per parlarvene ancora.
James Hillman, psicologo e autore de Il codice dell’anima, ha scritto pagine molto belle su un’idea antica: quella del daimon, una specie di direzione interiore, una chiamata, qualcosa che in noi insiste e chiede forma. Nulla a che vedere con la vocazione nel senso in cui la intendiamo di solito, e niente di romantico o religioso. Non si tratta di una voce mistica da prendere alla lettera, ma di un’immagine che prova a dire una cosa molto semplice e molto forte: forse non nasciamo del tutto vuoti, pronti a diventare qualsiasi cosa.
Forse c’è in ognuno di noi un qualcosa di profondo, un filo, una forma, qualcosa a cui restare fedeli anche mentre cambiamo.
Questa idea, per chi vive all’estero, mi sembra potentissima.
Perché gli expat sanno fare una cosa che spesso viene celebrata tantissimo: riadattarsi.
Nuova città, nuova scuola, nuovo lavoro, nuovi codici sociali, nuove amicizie, nuovo modo di spiegare chi sei. E ogni volta impari. Ti allarghi. Ti rendi più fluida, più mobile, più capace. Ma nessuno parla abbastanza del rischio opposto: diventare così brave ad adattarci da perdere il contatto con quella parte di noi che non dovrebbe essere negoziata ogni volta.
Non tutto deve essere reinventato. O essere aggiornato, migliorato, reso più spendibile. Non tutto deve diventare strategia.
Ci sono parti di noi che hanno bisogno di evolvere, certo. E ce ne sono altre che hanno bisogno soprattutto di essere ascoltate.
Forse, e qui è solo una mia riflessione, la vera maturità, soprattutto da expat, non sta nel ricominciare da zero ogni volta. Forse sta nel capire cosa portare con sé ogni volta che si ricomincia.
Il gusto per certe cose. Una sensibilità. Un modo di amare. Un’intuizione. Una vocazione che torna. Una parte di te che, anche in contesti diversi, continua a farsi sentire.
Reinventarsi non dovrebbe voler dire cancellarsi. Non dovrebbe voler dire lucidare una versione più accettabile di sé. Non dovrebbe voler dire essere così flessibili da diventare irriconoscibili a noi stesse.
Dovrebbe voler dire, semmai, trovare nuove forme per restare fedeli a ciò che conta.
Che è diverso. Molto diverso.
Vuol dire che posso cambiare città senza cambiare anima. Posso imparare nuovi codici senza tradire la mia voce. Posso crescere, evolvere, persino sorprendermi, senza per forza tagliare il filo con ciò che mi tiene insieme.
In fondo, chi vive fuori sa bene che l’identità non è una cosa fissa. Ma non è neanche una maschera infinita da cambiare a seconda del contesto.
Forse è più simile a un dialogo continuo tra quello che la vita ti chiede e quello che dentro di te continua a dire: sì, ma io sono anche questo. Non dimenticarlo.
Ed è qui che, per me, il tema diventa bellissimo.
Perché invece di inseguire l’ennesima versione migliore di noi, potremmo concederci una domanda più vera: in tutto questo movimento, a cosa voglio restare fedele?
Non per irrigidirsi. Non per rifiutare il cambiamento. Ma per non perdersi nel rumore.
In un’epoca in cui sembra quasi obbligatorio essere sempre nuove, sempre mobili, sempre pronte a rifarsi da capo, forse il gesto più controcorrente è questo: fare spazio all’ascolto.
Ascoltarsi davvero. Capire cosa in noi è solo adattamento utile e cosa invece è essenziale. Distinguere ciò che può cambiare da ciò che merita protezione.
Perché sì, gli expat sanno reinventarsi. Ma forse la vera arte non è quella.
Forse la vera arte è trasformarsi senza scomparire.
Elena, Dubai





