2 Febbraio 2023

La tribù degli empatici

Monica Scillieri • 2 commenti

Se esistesse il bingo dell’empatia e contassi quante volte al giorno sento qualcuno definirsi “molto empatico”, probabilmente vincerei spesso.

L’empatia è una delle qualità che più facilmente sento attribuirsi.
E, a pensarci bene, non è così diversa dall’auto-definirsi “molto intelligenti”: è raro che qualcuno lo faccia senza esitazioni, eppure con l’empatia sembriamo più indulgenti.

Col tempo ho iniziato a chiedermi se essere empatici non fosse, in realtà, molto più complesso di quanto raccontiamo. Forse è anche per questo che mi sorprende quando questa parola viene indossata con tanta disinvoltura. Non per giudizio, ma per esperienza.

Provo allora a condividere qualche riflessione sull’empatia, più per creare un terreno comune che per dare definizioni. Quello che segue non nasce da un mio sentire personale, ma dall’incontro con studi e ricerche che negli anni mi hanno aiutata a guardare questo tema con più profondità.

Ho imparato che l’empatia non è così spontanea come ci piace pensare.
Il nostro cervello, per funzionare, ha bisogno di categorie, scorciatoie, bias.
Sono schemi che la vita ci ha “installato” nel tempo, sintesi continue di ciò che abbiamo vissuto e appreso.

Mettersi nei panni degli altri, allora, richiede un atto profondamente intenzionale.
Richiede, almeno per un momento, di sospendere queste categorie.
Non si può entrare davvero nella storia di un altro continuando a indossare la propria.

Sintonizzarsi sulle corde narrative ed emotive altrui è un lavoro delicato.
Significa restare nella storia dell’altro senza sostituirla con la nostra, senza farci trascinare da risonanze emotive che inevitabilmente si attivano in noi.

Rimanere in questo spazio è faticoso.
Spesso, quasi senza accorgercene, deviamo verso strade più rassicuranti: consigli, soluzioni, suggerimenti. Forse perché alleviare il dolore dell’altro, in quei momenti, serve prima di tutto ad alleviare il nostro.

Stare nei panni degli altri può fare male.
Può toccare zone irrisolte, può farci sentire impotenti, o troppo coinvolti.
A volte emerge l’urgenza di sistemare, di risolvere.
Restare in equilibrio nella storia dell’altro richiede una presenza da funamboli.

Col tempo ho capito che l’empatia somiglia più all’accogliere una storia per ciò che è, senza distorcerla. Anche quando quella storia ci sembra familiare, anche quando intravediamo riflessi della nostra.
La storia dell’altro non è uno specchio, ma una finestra. E a una finestra ci si affaccia con curiosità, non per riconoscersi.

Forse è questo che rende l’empatia così complessa, e forse è per questo che mi interrogo quando la sento attribuire con tanta facilità.

Spesso confondiamo l’empatia con la sensibilità interpersonale, con il desiderio genuino di capire gli altri. Un desiderio prezioso, certo, che però non coincide sempre con il riuscirci davvero.

Chi non si è sentito, almeno una volta, frainteso? Non ascoltato fino in fondo.
Travolto da racconti altrui, sommerso da consigli non richiesti, dai classici “fai così” o “se fossi in te”. Immagino molte mani alzate. E noi expat, di questo, abbiamo una certa esperienza.

Nel mio lavoro da coach ascolto molte storie. Sono diverse migliaia, ormai, le ore dedicate all’ascolto dei miei clienti. Un ascolto fatto di presenza e maieutica, più che di direzionamento.

E so anche che, nel momento in cui mi porto a casa le loro storie, rischio di ridurre la possibilità di esserci davvero per loro. Per avvicinarsi all’empatia serve, paradossalmente, dimenticare la propria storia. Non ritrovarla in quella degli altri.

Forse è utile ricordarlo: il coinvolgimento non è empatia.
Presenza, domande e ascolto profondo sono, per come la vedo io, gli ingredienti che la rendono possibile.

Ogni storia ha una sua gravità, e richiede delicatezza per entrarci.
Forse l’unica cosa davvero necessaria è lasciare i propri panni a casa.

Monica, Italia

*Mi riferisco agli studi di Brene Brown, Marshall Goldsmith, Goleman, Lisa Feldman Barrett, Christine Nerff, David Eagleman e tanti altri ancora.

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2 commenti

  • Cara Gabriella,
    conosco gli studi del dr Aron sui soggetti HSP (Highly Sensitive Person) sono gli stessi a cui ti riferisci tu?

    Da come ti descrivi con tratti di estrema sensibilità e coinvolgimento nelle storie altrui forse ci riferiamo forse agli stessi studi

    Si avverte molto dalle tue parole la tua sofferenza nella descrizione di come ti senti nell’avvertire tutti questi stimoli fino a somatizzazioni fisiche

    L’empatia esiste eccome, non ho alcun dubbio a riguardo
    🙂

  • carissima,certo a livello professionale dovendo aiutare gli altri, è necessario quasi avere un distacco emotivo ,ma aldilà di questi casi specifici l’empatia è presente in molte persone,gli studi recenti della dottoressa Elaine Aron negli anni 90 hanno portato alla classificazione del tratto PAS ,un aspetto della personalità presente in persone con un alto grado di empatia,ed io sono tra queste e non è cosa sempre piacevole avvertire le emozioni altrui..porta un grande disagio emotivo e per me in passato la sofferenza nello stare in mezza molte persone per il fatto di ricevere molti stimoli,cosa poi confermata a livello neuronale,per cui sì forse alcuni usano troppo questo termine ,ma l’empatia esiste e gestirla nella tipologia di persone di cui sopra,ti assicuro è veramente difficile perché causa tachicardia aritmie e malessere.
    Grazie del post,un abbraccio

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