Non mi ricordo il momento preciso in cui ho capito che non avrei avuto una vita lineare.
Non è stato sull’aereo.
Non è stato davanti a un tramonto esotico.
Non è stato nemmeno quando per l’ennesima volta ho dovuto spiegare a mia madre che no, non possiamo sentirci “dopo cena” perché il suo dopo cena è la mia notte inoltrata o è stato il mio pieno pomeriggio mentre ero immersa nel pick up scolastico.
Lei il fuso orario lo sa.
È che non lo accetta davvero.
Credo sia stato la prima volta che ho disfatto una valigia senza sapere quando l’avrei rifatta.
Perché la verità è questa: io non ho mai fatto un trasloco.
Io ho sempre fatto una dichiarazione d’intenti.
Ho vissuto in sette paesi negli ultimi 20 anni. Lo dico così, come se fosse un’informazione logistica, ma in realtà è una biografia compressa. Dentro quei sette paesi ci sono lingue masticate male e poi imparate bene. Ci sono supermercati in cui ho pianto davanti allo scaffale dell’olio. Ci sono amicizie nate velocissime, come quando sai che non hai tempo da perdere. Ci sono addii che non hanno mai avuto una vera fine.
E poi c’è Sydney.
Sydney non è stato un colpo di fulmine. È stato un patto.
Un “proviamo”.
Un “vediamo come va”.
Un “tanto se non funziona torniamo”.
Sono quasi sette anni che lo diciamo.
La cosa buffa è che certe dinamiche le conosco bene. Le ho osservate, le ho raccontate, le ho vissute da vicino. So che trasferirsi non è solo cambiare coordinate: è cambiare postura. Cambi paese e improvvisamente cambi prospettiva, priorità, perfino tono di voce. Diventi più pragmatica, o più nostalgica. A volte entrambe le cose nella stessa mattina.
Lo so.
Eppure ogni volta che lo vivo sulla mia pelle mi sorprende.
Mi sorprende il fatto che i miei figli abbiano accenti che non mi appartengono del tutto.
Mi sorprende che conoscano riferimenti culturali che io non ho mai avuto.
Mi sorprende che per loro alcune feste italiane siano racconti mitologici — “ma davvero vi vestivate per Carnevale anche a scuola?” — mentre per me sono pezzi di infanzia concreti, quasi tattili.
E poi succede un’altra cosa.
Ogni volta che torno in Italia mi faccio le stesse domande.
Atterro, respiro quell’aria che riconosco senza pensarci, sento la lingua scorrere naturale, i gesti, il ritmo, perfino il modo di lamentarsi — tutto mi è familiare in modo quasi fisico. Entro in un bar e so già come ordinare senza spiegarmi. Ascolto i miei familiari parlare e la mia voce si allinea alla loro.
E allora mi chiedo:
E se fosse qui?
E se tornassimo?
E se il cerchio si chiudesse?
Ma la risposta non arriva mai.
Perché dopo pochi giorni mi accorgo che anche lì sono cambiata. Che l’Italia che amo è reale, ma non è più esattamente la mia quotidianità. Che mi appartiene e non mi appartiene. Che potrei restare, ma dovrei di nuovo riadattarmi.
È una sensazione strana: sentirsi a casa e straniera nello stesso momento.
Forse è questo il prezzo dei chilometri.
Non perdi un posto.
Ne guadagni due.
E non riesci più a sceglierne uno solo.
Non è sempre romantico, sia chiaro.
Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta chi me lo facesse fare.
Quando la burocrazia sembrava una prova di resistenza.
Quando l’inglese, (o lo spagnolo, o il rumeno), non era la lingua in cui volevo discutere di cose importanti.
Quando la distanza diventava fisica, quasi misurabile nelle ossa.
La distanza è una cosa strana.
Non è solo geografica. È temporale.
Home is not a place, it’s a feeling.
Tu vai avanti, chi è rimasto resta dentro una versione di te che non esiste più.
La Nadia che è partita non è quella che scrive oggi.
E non è nemmeno quella che organizza incontri, che crea progetti, che legge compulsivamente perché ha bisogno di capire il mondo attraverso le storie degli altri.
A volte mi chiedono: ma tu chi sei davvero?
La madre che si ostina a difendere l’italiano come se fosse un bene culturale da proteggere?
La donna che ama le borse vintage perché hanno già vissuto una storia prima di arrivare a lei?
Quella che divora libri non per sapere di più, ma per capire meglio?
Quella che si emoziona davanti a un vino ben raccontato, più che davanti a uno costoso?
La risposta è semplice e complicata insieme: sono una che non riesce a stare in superficie.
Non accumulo interessi per riempire il tempo.
Li inseguo perché voglio andare a fondo.
Capire i paesi.
Capire le persone.
Capire cosa succede quando ti sposti e qualcosa dentro di te si ricompone in modo diverso.
Forse è per questo che scrivo.
Scrivere è il mio modo di mettere ordine nel caos elegante della mia vita.
È il mio modo di dire: guardate che non è tutto Instagrammabile.
Ci sono giorni di dubbio.
Ci sono giorni in cui l’Italia mi manca in modo quasi fisico.
Ci sono giorni in cui invece penso che forse non potrei più tornare indietro.
Vivere all’estero ti costringe a fare pace con le contraddizioni.
A essere grata e malinconica nello stesso istante.
A sentirti privilegiata e fuori posto.
A sapere che hai scelto tu, ma che ogni scelta ha un prezzo.
E poi c’è la parte più silenziosa di tutto questo.
La sera.
Quando la casa si calma.
Quando i ragazzi sono nelle loro stanze.
Quando penso alla me ventenne che non sapeva ancora che avrebbe attraversato oceani, cambiato emisferi, imparato a salutare senza drammi ma con profondità.
Se potessi parlarle le direi:
Non sarà facile, ma sarà pieno.
Non sarà lineare, ma sarà tuo.
Non cercare una casa sola. Impara a costruirla ovunque.
Forse è questo il punto.
Io non sono una che è scappata.
Non sono nemmeno una che ha “trovato il posto perfetto”.
Sono una che ha scelto di espandersi.
Se la mia vita fosse un grafico non sarebbe una linea retta.
Sarebbe una mappa.
Con frecce, deviazioni, ritorni, punti interrogativi.
La distanza tra due case non si misura in chilometri.
Si misura in quanto sei capace di restare intera mentre ti muovi.
E io, per ora, sono ancora intera.
In movimento.






4 commenti
Gabriella Raguzzi
Carissima,sono d’ accordo su tutto,grazie per questo prezioso contributo..Io ho cominciato a fare la mia…. dichiarazione d’intenti a 65 anni solo 3 Paesi in 7 anni,invidio il tuo vagabondaggio per scelta e a 77 anni sto ancora facendo zingaraggio tra Italia e Gozo con passione,un abbraccio!❤️
Nadia
Wow ma che storia Gabriella! Scrivicela ❤️
AmicaGa
Io ti ho visto quando ancora non eri, mi ricordo come se fosse oggi (perché di ieri non mi ricordo più) quando mi hai detto rischiando di farmi affogare “mi sposo”.
Comunque c’eri, la tua passione per l’inglese, la tua curiosità sul mondo e tantissime altre cose, erano già un semino di quello che saresti diventata. Sei quello che eri già, solo germogliata e cresciuta forse al di là delle tue aspettative.
Nadia
amicaGa❤️ ti voglio bene