Dicembre expat
16 Dicembre 2025

Dicembre e il resoconto della vita expat (più di 120 post dopo)

Nadja Australia • 0 commenti

Dicembre, per chi vive fuori dall’Italia, non è un mese: è un campo minato emotivo. È quella fase dell’anno in cui convivono, pacificamente o meno, la nostalgia, l’entusiasmo, l’ansia organizzativa e la consapevolezza che la distanza — quella vera — la senti soprattutto sotto Natale.

Dicembre arriva sempre un po’ così: come un ospite affezionato che conosci benissimo, che ogni anno torna, bussa alla porta e si infila in casa tua portandosi dietro ricordi, bilanci, profumi, malinconie e quella strana voglia — tutta sua — di chiudere i cerchi.
Solo che noi expat viviamo in cerchi che non si chiudono mai davvero: fusi orari, strade lontane, abitudini reinventate, identità che si riallineano come pianeti retrogradi (Mercurio, parlo di te).

Eppure dicembre fa lo stesso il suo ingresso teatrale, con quell’aria da “su, raccontami com’è andato quest’anno”.
E io, che da anni scrivo questi post mensili, lo guardo e penso: ma possibile che abbia ancora qualcosa da dire?
Evidentemente sì, perché eccomi di nuovo qui.

Ogni mese, quando mi siedo a scrivere, ho sempre un attimo di panico creativo: quella frazione di secondo in cui penso “E ora?”.
Poi, puntualmente, mi accorgo che l’espatrio è un generatore automatico di storie: basta aprire la porta di casa, o anche solo la mente.

E così, dopo più di cento post, ogni dicembre mi sembra di aver raccontato tutto.
Tutto quello che poteva essere detto sull’espatrio.
Se ne potesse fare un’enciclopedia, probabilmente avrei già completato i primi dodici volumi.

Perché alla fine le nostre vite all’estero sono un insieme di scene ricorrenti: quelle in cui ti senti una donna dell’800 che attraversa il mondo con grazia e sicurezza (vi farei vedere le foto di me agghindata come ad un ballo de Il Gattopardo ma non siete pronti); e quelle in cui chiedi al panettiere come si dice “mollica” nella lingua locale e finisci a improvvisare una pantomima che nemmeno il mimo più talentuoso.

Poi ci sono gli shock culturali piccoli, quelli che non valgono un romanzo ma riempiono la testa: il supermercato dove ti perdi come in una distopia gentilissima, il caffè che non è mai come dovrebbe,
le conversazioni che vanno tradotte almeno due volte: la prima per gli altri, la seconda per te stessa.

E ogni mese penso che dovrei scrivere qualcosa di nuovo, sorprendente, rivelatore.
Qualcosa che nessuno ha mai detto sull’espatrio. Poi mi ricordo che l’espatrio è un po’ come la letteratura: la storia può essere sempre la stessa, ma ogni scrittrice la racconta con un taglio diverso. E in questo taglio — personale, imperfetto, unico — sta tutto il senso.

Dicembre, però, è sempre più teatrale degli altri mesi. È un mese che ti prende per mano e ti dice:
“Dai, guarda indietro per un attimo. Lo so che non ti piace, ma fallo. Guarda cosa hai combinato.”
E così rivedo l’anno scorrere: i giorni di gioia, quelli storti, quelli in cui l’espatrio sembra una poesia e quelli in cui sembra un problema di logistica mal gestito.

Rivedo tutte le volte in cui ho pensato “stavolta non mi viene niente da scrivere”. Rivedo i post nati all’improvviso, come lampadine che si accendono in una stanza buia. Rivedo le risate, le nostalgie improvvise, i piccoli incastri di vita quotidiana che, alla fine, diventano parole.

Ed è allora che capisco perché continuo a farlo: perché scrivere dell’espatrio è un modo per dargli forma.
Per mettergli ordine. Per non lasciare che tutto scorra senza che nulla resti.

E anche perché, diciamolo, l’espatrio ha una creatività tutta sua. A volte ci prende in giro, altre ci lancia indizi, altre ancora ci offre una scena perfetta — una frase sentita per strada, un odore, un cielo diverso — che ti dice: “Questo, questo qui devi scriverlo.”

Quindi questo post di dicembre lo dedico a noi, che viviamo in sospeso ma riusciamo sempre ad atterrare da qualche parte. A noi che costruiamo ogni giorno una vita nuova con strumenti presi in prestito da mille mondi diversi. A noi che non sappiamo spiegare del tutto chi siamo, ma continuiamo a provarci — anche solo per il piacere di raccontarci.

Lo dedico a tutte le volte in cui mi è sembrato di non avere più niente da dire. E invece qualcosa arrivava.
Magari imperfetto, magari leggero, magari scritto a notte fonda. Ma arrivava.

Quindi grazie a quest’anno, alle sue sfide e ai suoi lampi di meraviglia.
Grazie a chi legge, a chi si riconosce, a chi si sente un po’ più accompagnato sapendo che non è l’unico a destreggiarsi tra mondi, fusi e identità elastiche.
E grazie alle idee che sembrano finire… e poi ritornano, proprio quando servono.

Buon dicembre e buon ultimo (mio) post dell’anno.
Ovunque siate, con le vostre storie che non finiscono mai.

Nadia

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