Quest’anno non parto.
Niente voli intercontinentali, niente valigie da chiudere sedendoci sopra, niente corse tra un pranzo e una cena per vedere più persone possibili in meno giorni possibili. Resto qui, nella mia vita australiana, mentre dall’altra parte del mondo inizia quell’estate che per tanti è casa, ritorno, famiglia. E forse proprio per questo ci sto pensando ancora di più.
Perché quando non parti, certe cose le vedi meglio. Con più distanza, meno frenesia. E allora mi è venuta voglia di fare una checklist diversa, non per me stavolta, ma per tutte quelle persone che stanno per tornare. Quelle che hanno già iniziato a fare liste, a incastrare giorni, a rispondere a messaggi con “ci vediamo quando arrivo”. Non è una lista pratica. Quelle le sappiamo fare benissimo. Questa è una specie di promemoria emotivo, di quelli che non scrivi ma che, forse, aiutano a vivere meglio tutto quello che succede quando si torna.
La prima cosa, quella più semplice e più difficile insieme, è accettare che non vedrai tutti. Lo sai già, lo metti in conto, ma quando succede davvero lascia sempre un piccolo vuoto. Ci sarà sempre qualcuno da rimandare, una promessa sospesa, un “la prossima volta” detto con le migliori intenzioni. Non è superficialità, è proprio matematica del tempo che non basta mai.
Poi c’è il cibo. Sembra un dettaglio, non lo è per niente. Torni e ti dici che andrai piano, che ti godrai tutto senza esagerare. Dopo un giorno hai già capito che non funziona così. Non è solo mangiare, è riconnettersi. È memoria, è identità, è un linguaggio emotivo che non ha bisogno di traduzione. Non serve controllarlo troppo, forse serve solo viverlo per quello che è.
Arriverà anche quel momento in cui ti accorgerai che alcune cose sono cambiate. Un posto che non c’è più, una persona diversa, una dinamica che si è trasformata. E subito dopo, quasi nello stesso respiro, noterai tutto quello che è rimasto identico. Gli stessi gesti, le stesse battute, lo stesso modo di stare insieme. Entrambe le cose possono spiazzare. Entrambe, a modo loro, ti ricordano che il tempo è passato anche se tu non c’eri.
E poi ci sono le domande. Quelle non mancano mai. Alcune ti faranno sorridere, altre le hai già sentite mille volte, altre ancora ti toccheranno più del previsto. Non serve avere sempre la risposta perfetta. A volte basta esserci, scegliere quanto raccontare e quanto tenere per sé. La verità è che, a un certo punto, diventa inevitabile fare i conti con quella sensazione un po’ scomoda di non essere più completamente di un posto solo. Non sei più solo di lì, ma non sei nemmeno completamente di qui. È una terra di mezzo che può stancare, ma che con il tempo impari anche a vedere come una ricchezza. Significa che hai costruito qualcosa in più, anche se non sempre è facile da spiegare.
E poi arriverà la fine della vacanza, che sembra sempre lontanissima all’inizio e invece si presenta puntuale. I saluti, le ultime cose da fare, le valigie di ritorno. E lì, quasi senza accorgertene, sentirai che ti mancherà tutto di nuovo. Le persone, i luoghi, perfino le piccole cose che durante l’anno non ti mancavano affatto. È un passaggio inevitabile, un piccolo strappo che fa parte del gioco. Forse l’unico vero consiglio è non cercare di semplificare tutto questo. Non è solo bello, non è solo difficile. È un mix continuo, a volte leggero, a volte più intenso. E va bene così.
Io quest’anno non parto, ma queste cose le conosco bene. Le ho vissute tante volte, e in qualche modo continuano a riguardarmi anche da lontano. Perché certe dinamiche non dipendono da un biglietto aereo, ma da come si vive tra due posti, due tempi, due versioni di sé. Quindi se stai per partire, porta con te tutto. Non solo quello che entra in valigia, ma anche quello che senti. Senza cercare di sistemarlo troppo.
Tanto, alla fine, tornerai con molto più di quello che avevi messo dentro. Anche questa volta.





