Quando vivi lontano da casa, mancano tante cose. La mancanza delle persone che ami è la mancanza più ovvia, quella di cui si parla di più. Ma manca anche il cibo, i suoni familiari. Manca sentire la tua lingua intorno a te come una coperta confortante. Mancano le abitudini piccole e inutili che non sapevi nemmeno di avere.
E poi, in mezzo a tutto questo, scopri che ti manca qualcosa di cui non ti saresti mai accorta se fossi rimasta sempre in Italia. Qualcosa che davi così per scontato da non averci mai pensato. A me, in Thailandia, mancavano le stagioni.
Ho vissuto sei anni tra Cina e Thailandia. Anni bellissimi e complicati, pieni di scoperte. Ma in Thailandia le stagioni non esistono nel senso in cui le intendiamo noi. Esiste il caldo, il caldo umido e il caldo con la pioggia. Il paesaggio è sempre verde, sempre uguale a se stesso in una bellezza che non lascia spazio né alla nostalgia né alla sorpresa. È un posto dalla natura straordinaria. Eppure c’era sempre un senso di attesa dentro di me. Di una primavera (e un autunno) che non arrivavano mai.
Mi mancava marzo. Mi mancava quella luce così caratteristica di fine inverno che in Italia cambia di giorno in giorno in questo periodo. Quel verde dell’erba che spunta all’improvviso sui campi arati. Il momento esatto in cui l’aria smette di essere fredda e diventa solo fresca. Una mancanza che sembrava poco importante rispetto al resto. Eppure era lì che si ripresentava ad ogni primavera ed autunno che non arrivava. Era un ciclo interrotto e non completato.
Perché le radici non sono solo il posto in cui sei nata. Sono i sensi che si attivano quando qualcosa ti ricorda chi sei.
L’odore della terra bagnata dopo la prima pioggia di marzo. Una luce che cambia angolazione e improvvisamente ti fa capire che qualcosa è finito e qualcosa sta per cominciare. Sono segnali del corpo prima ancora che della mente.
Sono memorie sensoriali che porti con te ovunque tu vada, anche quando non lo sai.
A volte, in un paese adottivo, qualcosa di familiare si trova, non uguale, ma simile. Un albero che fiorisce in un modo che conosci, una qualità della luce al tramonto che per un momento ti porta altrove. Certo non bisogna cercarlo con ostinazione. Perché il rischio sarebbe di camminare in un parco straniero aspettando di ritrovare casa, e non vedere niente di quello che c’è davvero intorno a te. Meglio tenersi aperte alla sorpresa, all’inaspettato, a quello che il nuovo paesaggio ha da offrire nei suoi termini, non nei nostri.
E quando invece non troviamo nessuna somiglianza, accogliere anche quello.
Se sei a Bangkok a marzo e il cielo è bianco di afa e mancanza della primavera italiana ti pesa nel petto come un sasso, quella sensazione non è debolezza, non è mancanza di adattamento, non è nostalgia da combattere.
È la prova che hai radici. Che sei fatta di un paesaggio preciso, di una luce precisa, di un ritmo di stagioni che il tuo corpo conosce a memoria e continua a cercare. Onorare quella mancanza invece di ignorarla è un atto di cura verso se stesse. È riconoscersi.
La nostalgia del paesaggio d’origine è una forma di identità che spesso sottovalutiamo, come se ammettere che ci manca il profumo di marzo fosse meno legittimo di ammettere che ci manca la voce di nostra madre. Non lo è. Sono la stessa cosa: il filo che ci tiene legate a chi eravamo, e che ci aiuta a capire chi siamo.
Oggi è il 19 marzo. In Italia godiamo della bellezza della fioritura primaverili degli alberi. Da qualche parte nel mondo, qualcuna di voi sta guardando un cielo diverso e pensando proprio a questo.
Federica, Italia





