Quali sono le cose, anche piccole, che ho imparato dal Brasile?
Vivo qui da circa un anno e mezzo .
Mi guardo attorno, osservo, imparo, scopro di averlo sempre saputo, rido spesso, a volte mi commuovo e do la colpa agli ormoni. La verità è che ogni singolo giorno capisco qualcosa di più di questo posto e soprattutto di me.
La prima cosa che ho capito vivendo qui è che il tempo non sparisce: si allarga. In passato avevo sempre la sensazione che le giornate mi scivolassero addosso come acqua veloce. Qui invece alcune ore sembrano avere più spazio dentro. Non perché faccia meno cose, ma perché le persone non vivono come se stessero continuamente rincorrendo qualcosa.
Ci sono mattine in cui esco presto e il caldo è già pieno, vivo, lo senti addosso. Le persone camminano lentamente con il cocco in mano, i chioschi aprono piano, qualcuno mette musica senza preoccuparsi troppo del fatto che siano le otto. E io, che all’inizio osservavo tutto con lo sguardo europeo di chi vuole capire, classificare, organizzare, ho smesso. Qui certe cose si sentono prima di capirle.
Il Brasile non ti chiede di essere impeccabile. Questa è forse la cosa che mi ha fatto più bene.
In passato avevo sempre l’impressione che esistesse una specie di esame invisibile: essere produttiva, elegante ma non troppo, socievole ma non invadente, in forma, interessante, performante persino nei momenti di relax. Qui percepisco meno pressione. Le persone si guardano di più negli occhi. Ti toccano il braccio mentre parlano. Ridono forte. Ti chiedono come stai aspettandosi davvero una risposta.
E poi c’è il corpo. Il rapporto con il corpo qui è completamente diverso. Non perfetto sia chiaro, ( il Brasile è anche un paese molto estetico) ma meno rigido. Più libero. La gente, almeno a Rio, vive la spiaggia come un’estensione naturale della città. Non c’è quell’idea europea di “devo prepararmi per mostrarmi”. Ci si mostra e basta. Con tutte le età, tutte le forme, tutte le vite addosso.
Una delle cose che mi colpisce di più sono le donne.
Le donne brasiliane hanno una femminilità molto visibile ma non sempre costruita per piacere agli altri. È quasi un linguaggio naturale. Si prendono cura di sé con dedizione e tanta chirurgia, sì, ma senza quella pressione sociale e perbenismo che spesso sento in Europa. Qui mettere un vestito aderente, andare dal parrucchiere o mettersi il rossetto non sembra una dichiarazione sociale. È più simile a un gesto quotidiano di vitalità.
E io, piano piano, mi sento diversa.
Non migliore. Più morbida con me stessa.
Mangio con meno sensi di colpa. Ballo anche se non sono bravissima. Mi fermo a guardare il mare senza sentirmi improduttiva. Ho iniziato a capire che molta della stanchezza che mi portavo dietro non era fisica ma mentale. Era l’abitudine continua a controllarmi.
Qui nessuno vive senza problemi, anzi. Il Brasile è un paese complesso, pieno di contraddizioni enormi. C’è bellezza e durezza insieme. Quartieri elegantissimi accanto a realtà difficili. Persone che hanno poco ma una generosità che ti disarma. E forse è proprio questo contrasto continuo che rende le mie emozioni così intense.
A volte la sera torno a casa con addosso una strana nostalgia di qualcosa che non so definire. Mi manca l’Italia in certe piccole cose: il silenzio ordinato di alcune città, i rituali familiari, certi tipi di conversazione. Ma allo stesso tempo sento che qui sto respirando in un modo che avevo dimenticato.
Anche la solitudine qui ha un altro sapore.
In Italia la solitudine spesso mi sembrava una mancanza. Qui alcune volte diventa spazio. Entro in un bar, ordino qualcosa, ascolto una lingua che ancora non padroneggio del tutto e mi sento comunque dentro la vita. Nessuno sembra chiederti continuamente di definire chi sei. Puoi semplicemente esistere.
E poi c’è la musica. Sempre.
Nei supermercati, nei taxi, nei bar aperti sul marciapiede, nelle case. Non come sottofondo ma come parte della quotidianità. In Brasile ho capito che la musica non serve solo a riempire il silenzio: serve a reggere la vita. Anche nei giorni normali. Anche nei giorni storti.
Forse è questo che mi sta insegnando questo paese: che la gioia non è un premio finale dopo aver sistemato tutto. Può convivere con le imperfezioni, con i dubbi, persino con la malinconia.
Ci sono giorni in cui mi sento incredibilmente viva qui. Altri, per fortuna pochi, in cui mi sento straniera in ogni senso possibile. Ma credo che vivere davvero in un altro paese significhi proprio questo: lasciare che una parte di te si perda un po’, per vedere cosa resta.
Quando parlo con le amiche italiane mi chiedono spesso: “Ma quindi sei felice?”
Ed è una domanda difficile.
Perché la felicità, almeno per me, non è più quell’idea luminosa e continua che avevo da ragazza. Qui sto bene in un modo più adulto. Più calmo. Mi sento presente nella mia vita. E dopo una certa età non è poco.
Ci sono tramonti brasiliani che sembrano quasi esagerati, come se qualcuno avesse aumentato troppo i colori. All’inizio cercavo sempre di fotografarli. Adesso molto meno. Alcune cose, quando finalmente ti fanno stare bene davvero, smetti perfino di volerle trattenere.
Le vivi.
E basta.
Diletta, Brasile






1 commento
Tania
Diletta…. Che meraviglia